Mettere a fuoco una nuova identità per l'ebraismo italiano, darsi un'immagine che sia al tempo stesso fedele alla storia ereditata dalla bimillenaria presenza degli ebrei nella penisola e adeguata ad affrontare le sfide del futuro.

Ragionare per diffondere il messaggio universale della Scrittura senza lasciarsi sopraffare dall'ansia di essere accettati a tutti i costi, che nasconde le insidie dell'assimilazione.

Ma soprattutto esplorare l'immenso patrimonio costituito dall'interpretazione rabbinica del messaggio divino. L'autentico tesoro nascosto nel fondo di una impenetrabile foresta e finora precluso a una società ebraica talvolta malata di sudditanza nei confronti delle istituzioni culturali dominanti, vassalla dell'eredità di uno storicismo di maniera e spesso goffamente ansiosa di rendere presentabili nei salotti buoni, con qualche giustificazione razionale, le tante imbarazzanti "stramberie" contenute nelle Scritture.

Moked ("messa a fuoco", secondo un'antica radice semantica del linguaggio biblico), è stato il tema del quarto convegno nazionale ebraico organizzato a Milano Marittima dal Dipartimento di assistenza culturale dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che si è concluso domenica dopo aver chiamato a raccolta un migliaio di persone provenienti da ogni parte d'Italia.

— Siamo qui — spiega uno degli organizzatori, il rabbino Shalom Bahbout, cui va il merito di aver dato una dimensione nazionale a una realtà molto frammentata territorialmente ed etnicamente — perché si avverte un grande desiderio di riaffermare e ridefinire la propria identità da un lato, ma anche di trovare occasioni nuove per stare assieme. Per questo le attività ricreative e i giochi dei bambini sono importanti tanto quanto i dibattiti culturali e le occasioni di approfondimento. —

Un lavoro, quello intrapreso sulla riviera romagnola, avviato senza dimenticare i principi fondamentali dello stare insieme ebraico: lasciata da un canto la tentazione del dibattito aperto ai soli esperti, "addetti ai lavori" sono diventati tutti coloro che desideravano raccogliere la sfida. Fuori dalla porta non è rimasto proprio nessuno. Nemmeno i neonati urlanti e gli anziani un po' spaesati, i partecipanti in costume da bagno e quelli in abito scuro; i dotti e coloro che non si sono mai chinati sui libri sacri; gli iscritti alle piccole comunità in via di estinzione dell'Italia centro-settentrionale e quelli appartenenti ai grandi gruppi di Roma e di Milano; gli ortodossi che osservano le 613 leggi poste nella Scrittura a regolare la vita quotidiana e quelli che di tutto ciò fanno volentieri a meno, ma che non per questo rinunciano al desiderio di conoscere a fondo le proprie radici culturali; i sefarditi o "spagnoli", gli ashkenaziti o "tedeschi" e gli "italiani" autentici, che possono vantare una permanenza nella penisola lunga almeno duemila anni.

Esercito sufficientemente composito per non riuscire facilmente a mettersi d'accordo (forse temendo di smentire il detto "due ebrei, tre opinioni") nemmeno sull'intonazione da dare ai canti della preghiera quotidiana, che pure si è dimostrato capace di cimentarsi in una riflessione particolarmente spinosa. Non potevano mancare, infatti, gli appuntamenti per parlare dei grandi temi di questi tempi: dalla polemica sulle conversioni alla clonazione, fino alla realizzazione di un CD-ROM didattico per alleviare il danno determinato dai troppi pudori della scuola italiana nei confronti della cultura delle minoranze. Il "piatto forte" di Milano Marittima è stato servito dal giovane rabbinato italiano, che ha offerto sostanziosi assaggi di interpretazione talmudica.

Niente di così sorprendente, visto che il titolo posto al Moked 1997 era proprio "Il patto scritto, il patto orale" (laddove lo scritto fa riferimento al messaggio biblico e l'orale indica invece la necessaria metodologia interpretativa contenuta nel Talmud), se non fosse per il fatto che del patto orale l'ebraismo italiano ha sentito parlare troppo di rado, fino al punto di trovarsi relegato ai margini del dibattito internazionale ebraico contemporaneo e soprattutto privo di una bussola indispensabile per orientarsi fra le grandi scommesse che attendono le comunità.

Metodologia interpretativa, molto più che il testo vero e proprio della scrittura sacra, fa infatti la differenza tra l'ebraismo e le altre culture monoteistiche. Una differenza fondamentale e scomoda, come si è capito soprattutto dalle lezioni dei rabbini Roberto Della Rocca (Venezia) e Roberto Colombo (Milano), dedicate rispettivamente alla traducibilità del messaggio ebraico nei confronti del mondo esterno e alla necessità per l'ebreo di compiere studi che non restino fini a se stessi, ma che conducano irrevocabilmente all'azione; ma anche da tante altre importanti occasioni di dibattito come la coraggiosa analisi incrociata su come l'ebraismo religioso e politico interpreta la Shoah, il faccia a faccia su psicanalisi ed ebraismo tra Mario Morpurgo e Gianfranco Tedeschi, l'intervento di Ami Bouganim su Emmanuel Levinas e Franz Rosenzweig, e l'illustrazione di un brano talmudico da parte del professor Amos Luzzatto.

Niente di più lontano dalle dotte dissertazioni destinate a non lasciare altro segno se non nelle pagine degli atti di un convegno. La cosiddetta Torah orale, che riporta come un fiume in piena le opinioni contrastanti dei saggi sulle interpretazioni da attribuire al messaggio divino, sembra inventata apposta per tormentare le coscienze, suscitare le discussioni e accendere gli animi.

A cominciare dall'interrogativo più ovvio: com'è mai possibile che il patto orale, la tradizione tramandata di bocca in bocca da Moshe ai nostri giorni, stia scritta nei grandi volumi del Talmud? Com'è possibile? Cercano oggi di spiegarlo molti giovani rabbini italiani: solo comprendendo che il Talmud, più che un corpus giuridico-letterario univoco, rappresenta un inesauribile codice di lettura della realtà, lo strumento per acquisire una metodologia, piuttosto che il luogo dove andare a cercare verità precostituite. Un testo vivo, che per essere digerito richiede necessariamente un rapporto aperto e talvolta conflittuale fra maestri e allievi, piuttosto che lo scontro solitario fra lo studioso e il libro.

Si tratta di un'operazione difficile e coraggiosa. Di un'azione per certi aspetti anche impopolare nei confronti di un ebraismo, quello italiano, che di patto orale ha sentito parlare troppo poco. Nel compierla i giovani rabbini italiani sembrano consapevoli della necessità di un momento di rottura, anche a costo di rompere un po' di "cristalleria di famiglia" o di ferire la suscettibilità di qualcuno, cercando modelli e maestri che non possono più limitarsi ai confini domestici.

La loro ricerca non può in ogni caso essere una strada solitaria. Il dibattito che si va sviluppando dovrà entrare nelle case di tutti gli ebrei italiani e non restare il privilegio di sparute avanguardie intellettuali. Altrimenti il Moked, la "messa a fuoco" di Milano Marittima, tornerà al suo significato originario contenuto nel libro del Levitico: quello di appiccare il fuoco, di estendere e di mantenere vive le fiamme di una ricerca destinata a rinnovarsi senza mai estinguersi.


— Non possiamo più accontentarci di sentirci genericamente ebrei, è ora necessario approfondire alcuni aspetti della cultura che ci è propria e che oltre al grande dibattito sul patto scritto e sul patto orale tocca anche temi quali il sionismo, il socialismo e la psicanalisi. —

Joram Orvieto, responsabile culturale dell'Unione dei Giovani Ebrei d'Italia (UGEI) si rivolge ai suoi coetanei, ma anche agli ospiti adulti (studiosi, rabbini, psicanalisti, scienziati) venuti ad assistere ai lavori svolti a Milano Marittima in parallelo alla convention che ha segnato la riscoperta dello studio talmudico. Oltre 500 ragazzi hanno cercato di confrontarsi nuovamente con l'eterno problema: la ridefinizione e la tutela della propria identità.

L'incontro ha rappresentato anche un utile punto di contatto con il mondo dei "grandi" (grazie alla relazione del segretario UGEI Claudio Morpurgo sulla "Religione della Shoah") ed è servito a rimettere in ordine i tanti interrogativi dei ragazzi ebrei italiani. Oltre ai dibattiti su psicanalisi ed ebraismo, è stata centrale una riflessione su identità nazionale e identità religiosa.

Il professor Dan Vittorio Segre, politologo e docente universitario, ha illustrato le scommesse del sionismo, l'unica grande illusione di questo secolo che corre il rischio di entrare con le proprie gambe nel prossimo millennio. — Savoia? — si è chiesto incidentalmente lo studioso, suscitando l'ilarità generale — e chi sarebbero mai? —

— Il prossimo appuntamento — assicura Joram — sarà dedicato alla consapevolezza di noi stessi: ebrei non per caso. E nemmeno per un semplice, dovuto atto di fedeltà alla propria storia. —

Amos Luzzatto