Israele in Europa.
Di Davide C. Crimi.
Si tratta oggi di verificare le condizioni per l'ingresso di Israele all'interno della Unione Europea, e d'istinto non riesco a non cedere al desiderio di essere d'accordo. Come sempre quando si parla di Israele le cose assumono una complessità e una profondità che richiedono degli approfondimenti critici importanti e che qualificano questo sì come subordinato ad alcune condizioni.
Israele non è uno stato qualsiasi. Israele, per più di una ragione, è la coscienza del Mediterraneo, quanto meno nel senso precipuo d'essere stato il custode del Libro sulla base del quale, sia pure attraverso adattamenti, travisamenti e trasformazioni si è forgiata la cultura dell'occidente. E questo vale tanto più oggi che dalle sedi vaticane si dichiara il tramonto della teologia della sostituzione (la concezione per cui il Nuovo Testamento sostituisce e abroga l'Antico, ndr) e dunque tutto il mondo cattolico torna a interrogarsi sulle radici ebraiche della dottrina di Gesù. Inoltre, non si può dimenticare che nel libro della Genesi, attraverso la figura del patriarca Abramo, si attesta un indissolubile legame di sangue tra ebrei e ismaeliti (da cui discendono gli arabi).
Radici profonde dunque, che si incrociano e si intrecciano lungo la scala del tempo. Percorrendo questi gradini ci si accorge che la storia non ha mai visto una nazione risorgere dopo 1800 anni dalla sua scomparsa. Il caso unico è Israele, sopravvissuto alla sua assenza in forza di un Libro, sebbene confinato all'interno delle coorti d'Europa in una posizione di inferiorità, dove per secoli gli ebrei discriminati sotto l'accusa di deicidio (ma è possibile uccidere Dio?) sono stati esclusi da pubblici uffici, costretti a vivere nei ghetti e privati della possibilità di esser proprietari di casa. Di fronte a tutto ciò questo popolo ha saputo mantenere la sua identità, adattandola, ricucendola, reinventandola ma sempre sul saldo fondamento della Torah, fino al momento di rinascere dalle ceneri di un tremendo Olocausto e oggi confitto come un chiodo nella coscienza del Mediterraneo e del mondo.
Proverò adesso ad affrontare il problema in modo diretto.
Israele è il popolo eletto?
Sinceramente, io credo che almeno questo non si potrà negare: Israele ha sempre voluto per sé questo ruolo sacerdotale, e per averlo ha superato ogni genere di pregiudizio e di persecuzione. E sopportando tutto questo Israele è divenuto patrimonio di tutta l'umanità, spargendo il suo seme per tutta la terra, qualificandosi come un popolo di sacerdoti, insuperabile nel suo radicamento nella parola di Dio, nella Torah (il Pentateuco formato dai primi cinque libri della Bibbia, ndr), adempiendo alla Torah stessa che esige da Israele il suo configurarsi come una nazione santa, un popolo di sacerdoti e una luce per le nazioni.
Fin qui tutto perfetto. Ma anche la luce ha le sue ombre, e c'è tra gli ebrei chi legge l'espressione "popolo eletto" come affermazione di un principio di superiorità razziale che si conferma nei brani del Talmud (il grande commentario ebraico della Torah) dove, argomentando sulle qualità dell'anima, si afferma che i non ebrei hanno soltanto nephesh (l'anima passionale) e non anche neshamah (l'anima intellettiva). E bisogna purtroppo sapere che ci sono molti ebrei che leggono questo passo senza resistere a tentazioni ideologiche di superiorità, dando luogo a una esecrabile quanto paradossale dottrina razzista.
Per questo, proprio prendendo spunto dal dibattito sul possibile ingresso di Israele nell'Unione Europea, occorre rivedere la nozione di popolo eletto. È questo in fondo il punto cruciale: il rapporto tra Israele e il resto dell'umanità.
Prima di riflettere su questo, tuttavia, occorre forse riflettere sul rapporto tra Israele e Israele, che può chiarire molte cose.
Ebraismo o giudaismo?
Ebraismo e giudaismo sono universi che si sovrappongono senza però coincidere. Eber è un discendente di Sem figlio di Noè, dal cui ramo genealogico proviene Abramo (Abramo ebreo, come lo nomina il passo XIV,13 di Genesi): intendo dire che ebraismo è un concetto più esteso rispetto a quello ridotto di giudaismo.
Eppure, ciò che oggi noi conosciamo come ebraismo è sostanzialmente ed esclusivamente giudaismo: una parte per il tutto. Proverò sinteticamente a illustrare come sia stata possibile questa sostituzione.
Questo processo di riduzione comincia proprio con Israele, nipote di Abramo e figlio di Isacco che, sebbene non primogenito, per sé rivendica il ruolo di continuatore della tradizione, la cui eredità trasmette, definendo ruoli e funzioni, ai suoi dodici figli.
Alla fine del regno di Salomone, la nazione si spacca: parte si allinea sulle posizioni del figlio di Salomone, Roboamo, ma altri scelgono la soluzione del "colpo di stato", affidato al generale Geroboamo.
Quelli che rimasero con Roboamo (fedeli alla casa di David), furono gli ebrei di Gerusalemme e dei territori di Giuda (uno dei dodici figli di Israele). Gli altri scelsero di dare vita a un nuovo stato, che chiamarono caparbiamente Israele e dotarono di una capitale interamente nuova, Samaria.
Questo regno di Israele ebbe fine nell'anno 3000 (761 a.C.), con l'invasione degli Assiri.
Da allora, si afferma, l'eredità materiale e spirituale di Israele fu accentrata dalla casa di Giuda.
Le dieci tribù (i dodici figli tra cui era stata divisa l'eredità di Israele, meno Giuda dopo la scissione e Levi al quale, essendo stato affidato l'ordine sacerdotale, sono preclusi i retaggi materiali, ndr) continuarono a essere presenti sulla terra di Israele fino al tempo della diaspora. Tuttavia i giudei pretesero esclusivamente per il loro casato la purezza della tradizione, trattando gli israeliti con disprezzo che affiora dal loro nominarli samaritani (e non più israeliti).
Il buon samaritano. Tracce di un ebraismo differente dal giudaismo.
Anche il regno di Giuda però cadde sotto l'invasione babilonese (587 a.C.). Il nuovo corso cominciò all'indomani dell'editto di Ciro (539) che poneva fine alla cattività e alla deportazione e concedeva ai giudei di rientrare a Gerusalemme e ricostruire il Tempio.
Saputo questo, gli altri discendenti delle trib di Israele si recarono a loro e offersero di partecipare con le proprie risorse e con il proprio lavoro alla ricostruzione del Tempio.
Esdra e Zorobabele tuttavia opposero un secco rifiuto che è alla base del processo di riduzione dell'ebraismo a giudaismo. Tutto questo non è privo di elementi di ragione (i giudei respingono le offerte degli israeliti valutandole come opportunistiche), ma occorre saper individuare questo momento come origine di quelle indomabili tensioni che porteranno alla diaspora.
La stessa testimonianza storica di Gesù e della comunità di Damasco possono esser lette (anche se non esclusivamente) nell'ottica di un tentativo di aprire Israele a tutti gli esseni, cioè a tutti i giusti che studiano e applicano la Torah, sottraendo il monopolio della parola del signore agli zelanti del Tempio.
Le recenti acquisizioni archeologiche di Qumran e Nag-Hammadi, rese note al pubblico di lingua italiana attraverso la formidabile opera di Luigi Moraldi, hanno contribuito a comprendere come la contesa, tra la concezione chiusa dell'ebraismo e l'idea di un Israele universale, sia la matrice storica che condusse alla distruzione di Gerusalemme e alla diaspora.
Proprio durante la diaspora, l'istituzione del giudaismo rabbinico e la stesura del Talmud posero ancor più solidamente le basi della supremazia, se non dell'esclusività, della tradizione ebraica nella forma giudaica.
Non si tratta qui di stabilire chi avesse ragione tra israeliti e giudei, o tra le varie correnti ebraiche del tempo della diaspora (farisei, sadducei, zeloti, esseni, karaiti, etc.): si tratta piuttosto di comprendere una volta di più le ragioni di questa separazione.
Unità, essere uno.
È questo l'obiettivo più alto dell'essere religioso. Quando gli scribi domandano a Gesù: — Qual è il comandamento più alto? — lui risponde dicendo: — Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze — citando il secondo verso della più importante tra le preghiere della tradizione ebraica, lo Shemà (Ascolta, ndr). Il primo verso ci ricorda che il Signore è Uno e noi dobbiamo sforzarci di essere uno con lui.
Dunque, se la dottrina più pura ha fondamento nell'unità, non si può essere contrari all'unione. Ma per unire è necessario comprendere e chiarire, che è il contrario di oscurare e confondere. Gli occidentali conoscono mediamente troppo poco delle origini della cultura dalla quale dipendono. Devono abituarsi a capire l'esigenza di distinguere e separare. Ai sacerdoti è richiesto un grado di purezza che non è necessario per chi conduce una vita normale. Se Israele lo vuole, nel futuro potrà davvero ambire a essere un popolo di sacerdoti e una luce per le nazioni, perché c'è bisogno di un fondamento spirituale per la vita sulla terra. Allora potremo entrare nella comprensione che il cristianesimo è ebraismo, che ebraismo è una radice più grande di Abramo, che Isacco e Ismaele devono tornare a pregare insieme davanti alla tomba di Abramo.
Questo lavoro richiede tanto tempo, il tempo dello spirito. Al momento prevalgono le divisioni e gli odi. La dottrina più sacra viene confusa dai suoi sacerdoti con una nozione di superiorità razziale. Tutto questo è angosciante.
Occorre lavorare molto. Temo che le condizioni per l'ingresso di Israele nell'Unione Europea non siano ancora mature. Perché lo divengano occorre che il giudaismo si trasformi nell'Israele aperto e universale che il mondo attende da duemila anni, o forse da sempre.
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