Quando Dio creò l'uomo, lo collocò nel giardino dell'Eden ed ebbe l'impressione che la sua solitudine non fosse una cosa né buona né bella.

Certo, potrebbe apparire strano questo pensiero un po' tardivo della divinità, quasi a dirci che il Creatore non fosse in grado di rendersene conto anche prima, come se l'uomo, a differenza degli altri animali che D-o aveva creato, dovesse rimanere solo, senza prole.

Ma la Bibbia non è un libro scientifico da interpretarsi alla lettera, essa si occupa di morale e le prime pagine della Genesi devono essere considerate come un mito filosofico che da un lato espone la grande cura che D-o ha nei riguardi dell'uomo e dall'altro dimostra di che genere, grado ed importanza sia la donna, data all'uomo come compagna.

Contro le idee consuete per cui la donna è differente o inferiore, la Bibbia non solo la fa nascere da una materia già vivente, la famosa costola di Adamo, anziché dalla terra, ma la dichiara degna di lui e gliene fa dono. Questo è dunque il primo matrimonio della storia che la Bibbia così descrive per i posteri: "L'uomo disse: questa è ossa delle mie ossa e carne della mia carne; essa si chiamerà donna (Ishà) poiché è stata tratta dall'uomo (Ish). Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà alla sua donna e formeranno un solo essere umano".

Ma, si potrebbe osservare, la donna fece subito cattiva prova quando si lasciò tentare dal serpente e dal frutto dell'albero proibito e trascinò nel peccato anche suo marito che, per scolparsi, non esitò ad accusare la sua compagna. Il Signore gli chiede: "Hai mangiato forse del frutto che io ti avevo vietato?" e Adamo: "È stata la donna che tu mi hai messo vicino che me l'ha dato e io l'ho mangiato". Come dire: che bel servizio mi hai fatto mettendomi vicino questa donna che mi ha indotto al peccato.

È quasi come dirgli: la colpa è anche un po' tua!

Ma a veder bene il testo biblico sembrerebbe che la donna sia innocente perché non poteva sapere del divieto che era stato imposto ad Adamo quando ancora lei non era venuta al mondo. Eva pecca solo per ignoranza perché non sa che commette un atto proibito, ma viene punita perché deve saper resistere alle tentazioni, alle lusinghe dei sensi e alle seduttrici apparenze.

Come questa prima unione non fu accompagnata da alcuna cerimonia, così per tutto il periodo biblico nessuna cerimonia accompagnò l'unione di due sposi perché considerata un fatto privato, un evento familiare. Quando Abramo vuol dar moglie ad Isacco, manda il suo servo a trovargliela fra i suoi parenti rimasti in Ur Kasdim. La giovane Rebecca piace al servo che la vuole portare al suo padrone; i genitori e i parenti acconsentono ed anche Rebecca che non conosce, per non averlo mai visto, il futuro marito. Il testo della Genesi narra che Isacco, dopo averla incontrata, la condusse nella tenda della madre, la defunta Sara, e là la prese in moglie.

Anche nel Cantico dei Cantici vi è qualche cosa di simile per indicare il matrimonio. La pastorella innamorata nel veder il suo amato esclama: "L'ho afferrato per non più lasciarlo, finché lo avrò condotto a casa di mia madre, nella camera di colei che mi ha partorito".

Mi pare che si possa affermare che fin dai tempi dei patriarchi il matrimonio non aveva alcuna particolare celebrazione: bastava condurre la sposa nella camera della madre. Ma quale poteva essere il significato di questa usanza a me sembra abbastanza chiaro. La camera della madre dello sposo o della sposa era una specie di luogo consacrato all'amore e alla procreazione e pertanto l'introdurvi la sposa voleva esprimere chiaramente l'intenzione dello sposo di considerarla degna di continuare la tradizione della sua famiglia. Questo patto nuziale veniva festeggiato con un banchetto fin dalla più lontana antichità; ne fa fede il capitolo XXIX della Genesi dove si narra del matrimonio di Giacobbe con la bella Rachele, nozze celebrate con un banchetto a cui è invitata tutta la gente del luogo.

Secondo il diritto biblico l'uomo doveva dare alla donna che voleva sposare una dote che poteva essere una somma di denaro, oggetti preziosi o anche il frutto del proprio lavoro per un certo periodo e che, valutato, sarebbe apparso sufficiente per la dote richiesta dal padre della sposa. L'acquisto della donna mediante la dote è una delle tre forme di impegno matrimoniale note al diritto ebraico tradizionale: essa dovette seguire alla forma più antica e primitiva della coabitazione e precedere quella del contratto o convenzione scritta. Quello che per noi oggi è un rito cerimoniale era anticamente una vivente realtà. L'uomo che voleva sposare una donna doveva per prima cosa fare una richiesta al padre di lei, versare la dote stabilita e scrivere il contratto di matrimonio.

Questo era una specie di fidanzamento che però impediva alla ragazza di sposarsi con qualche altro e la obbligava a rimanere nella casa paterna fin quando lo sposo fosse in condizione di prenderla con sé. Questo periodo era normalmente di un anno, passato il quale lo stesso sposo o se la prendeva oppure divorziava da lei. La figura degli sposi e il rito nuziale sono rimasti nella poesia ebraica come immagini di gioia e di bellezza che Isaia così descrive: "Io gioisco nel Signore, l'anima mia gode nel mio D-o, perché mi ha vestito con gli abiti di salvezza, mi ha avvolto nel mantello della giustizia, come lo sposo che cinge la corona e come la sposa che si orna dei suoi monili". Nei Salmi poi il sole che sorge a illuminare la terra è paragonato allo sposo che esce dalla tenda nuziale.

Il Cantico dei Cantici, il più famoso e il più bello tra i poemi, è un canto nuziale con cui si usava celebrare le unioni d'amore quando il popolo ebraico, nella terra promessa, respirava la pura aria delle sue campagne. Che le nozze fossero accompagnate da musica e da canti nelle città della Giudea e per le vie di Gerusalemme è testimoniato da Geremia che, promettendo il ritorno del popolo alla sua terra, profetizzava che in quel tempo torneranno a risuonare come una volta "voci di giubilo e voci di gioia, voci di sposi e voci di sposa". Augurio questo che anche oggi si ripete durante la celebrazione dei matrimoni: "Benedetto sii Tu, o Signore D-o nostro, Re del mondo, quel D-o che ha creato la gioia e la letizia, lo sposo e la sposa, l'allegrezza e il canto, il giubilo e il gaudio, l'amore e la fratellanza, la pace e l'amicizia; fa', o Signore D-o nostro, che si odano presto nelle città di Giudea e nelle vie di Gerusalemme voci di letizia e voci di gioia, voci di sposi e voci di spose, canti giocondi di sposi dal loro baldacchino e di giovani dal banchetto della loro festa. Benedetto sii Tu, o Signore, che fai gioire lo sposo insieme alla sposa".

L'ebraismo non ammette il celibato e considera precetto fondamentale il matrimonio basandosi sul ricordo biblico della creazione del primo uomo. Infatti parlando di Adamo il testo dice: "Li creò maschio e femmina e li chiamò (cioè ambedue insieme) uomo e donna"; quindi diceva Rabbi Elazar: "Non è un uomo colui che non abbia moglie". Come non ammette il celibato, l'ebraismo non ammette neppure l'ascetismo. È pur vero che si trovano qua o là singole tracce di una simile tendenza, ma in complesso l'ebraismo è rimasto rigidamente fedele allo scopo provvidenziale del matrimonio. La tendenza al celibato si può reperire presso gli Esseni, quella setta ebraica che sosteneva essere bene per l'uomo non toccar donna.

Presso gli ebrei il matrimonio può essere sciolto con il ripudio quando, dice la Bibbia, un uomo abbia sposato una donna, coabitato con lei, e se essa cessa di piacergli perché ha scoperto in lei qualche cosa di vergognoso, allora potrà scrivere un atto di ripudio e rimandarla a casa sua. Che cosa significa l'espressione "se essa cessa di piacergli perché ha scoperto in lei qualche cosa di vergognoso"? L'espressione è generica e lascia adito a molte interpretazioni e polemiche fra le scuole dei più dotti rabbini. Si va dall'estremo dell'adulterio all'altro estremo del dissenso coniugale su qualche futile argomento che causa malumore. Ma in generale la cosa importante da appurare era se nei lievi motivi che hanno portato alla crisi coniugale ci fosse qualche indizio o qualche segno sicuro di una condotta poco seria, negligente o incivile che rendeva difficile la vita coniugale. Se l'armonia non esiste più nella coppia, né la serena comunione degli spiriti, allora il matrimonio perde il suo significato di consacrazione e non vale la pena che continui.

La meta principale dell'ebraismo è quella sociale: non deve meravigliare, quindi, che esso abbia assunto di fronte a questo problema un atteggiamento coerente al suo spirito ed abbia fissato una norma legale che consentiva il divorzio non solo per condotta immorale ma anche per altre cause che potevano dividere i cuori dei coniugi. E ciò perché il disaccordo che si produce sul focolare domestico è causa di danno morale alla vita della famiglia e alla educazione dei figli. Il divorzio fu in origine un privilegio attribuito solo al marito. Ma essendosi diffuso il convincimento che la vita matrimoniale non tollera costrizioni sentimentali, non era possibile che non si estendesse a poco a poco anche all'altra parte e cioè alla donna. Così nacquero le prime leggi per cui "si obbliga il marito a dare il divorzio alla moglie, anche se egli non vuole, mediante un decreto del tribunale".

Ormai dunque non si può più dire che secondo il rito ebraico la moglie non può ripudiare il marito. Il matrimonio ha come scopo fondamentale la procreazione. I figli sono considerati una benedizione del Signore e i genitori sono tenuti a dar loro quanto è necessario perché crescano forti e sani. Sani nel corpo e nello spirito, nel senso che debbono anche preoccuparsi della loro formazione spirituale, indirizzandoli nella via del bene e della morale. La madre è responsabile della crescita e dell'educazione dei figli fino all'età di sei anni. Poi subentrano il padre ed i maestri. Insieme all'insegnamento morale il padre è obbligato a dare ai figli un mestiere in modo da renderli indipendenti dopo che abbiano compiuto il diciannovesimo anno di età, quando egli stesso dovrà cercarsi una moglie e creare una nuova famiglia.

Rav Elio Toaff, Rabbino Maggiore della Comunità Ebraica di Roma