Anche seimila donne parteciperanno, fra i 26 mila del Madison Square Garden, alla grande festa del Talmud. Un segnale sorprendente, che lascia intendere come molti rivolgimenti stiano bollendo nella pentola dell'ortodossia ebraica più rigorosa. Identificati dalla società circostante come gli anacronistici difensori di un sistema ideologico reazionario e integralista, molti Haredim preferiscono oggi piuttosto richiamarsi ai valori dello studio e del confronto fra opinioni diverse, che l'approfondimento dei testi ebraici inevitabilmente comporta.
Professionisti e lavoratori che dedicano al Talmud qualche ora al giorno: la loro immagine appare ormai piuttosto lontana dai cliché abusati del cinema e della letteratura. Spesso neutrali nei confronti del sionismo e di idee progressiste, i partecipanti al Daf Yomi si formano sullo studio di un sistema normativo che — unico nel suo genere fra le culture umane — impone l'analisi e l'apprendimento delle argomentazioni di minoranza, così come delle decisioni approvate a maggioranza. Il Talmud è dunque una specie di codice giuridico che riporta con pari dignità, assieme agli articoli di legge, anche le proposte mai approvate. Il tormentato dibattito con i compagni di studio è così destinato a non trovare mai una conclusione e la ricerca si arricchisce continuamente di significati nuovi.
Aa.vv.
Trascinato dopo un naufragio dal mare in tempesta, il grande saggio talmudico Rabbi Akiva aveva perso le speranze. Potersi aggrappare a una tavola (Daf) della nave fracassata dalle onde gli aveva consentito la salvezza.
Vienna, 15 agosto 1923
Il giovane Rabbino Meir Shapiro, leader dell'ebraismo polacco, ripete l'episodio narrato dal Talmud di fronte ai 600 autorevoli partecipanti della prima assemblea internazionale dell'ebraismo ortodosso (Agudath Israel). Poi propone di lanciare un nuovo programma di studi su base mondiale. Un calendario prefissato, uguale per tutti e in tutto il mondo, per restare aggrappati a una tavola (Daf), a un foglio del Talmud, ogni giorno della propria vita.
L'unità culturale del popolo ebraico, messa in forse una volta di più dal confronto con la società moderna, come dai Pogrom allora attuali e poi incombenti sull'intero ebraismo europeo, sarebbe così stata preservata. Sotto lo sguardo scettico dei grandi leader delle scuole religiose, diffidenti nei confronti di una democratizzazione dell'esperienza talmudica, le poche decine di iscritti ai primi gruppi di studio si riuniscono l'11 settembre seguente in occasione del capodanno ebraico (Rosh Hashanà). A 70 anni di distanza il Daf Yomi, allora sogno di un visionario, rappresenta per i partecipanti, nella massima parte discendenti dei sopravvissuti dell'Olocausto, il segno tangibile di una scommessa vinta.
Amos Vitale