Una notte. Una notte qualsiasi a Roma... una delle tante che segue il giorno. La mancanza di luce, il buio, l'oscurità creano una sorta di strano effetto per l'anima, gioco di sensazioni, inganno della mente o dei sensi, dove l'ambiguità rincorre il mistero abbracciandolo e creando così uno spazio dove il tempo si è fermato. A quale epoca potrebbe appartenere questa notte? Silenzio. Assenza di suono che dona dolcemente la quiete e il riposo al corpo stanco mentre sogni e desideri sono avvolti dal sonno e riposti nella pace del pensiero per essere di nuovo rincorsi l'indomani.

Solo alcune voci recitanti che sembrano provenire da un mondo fantastico, mormorii sommessi scossi dall'elevarsi improvviso di melodie agitano l'apparente immobilità notturna. È uno shir, un canto che si attenua e che sfuma in una cantilena... — Ricorda, ricorda in mio favore nel giorno del giudizio colui che legò, colui che fu legato e l'altare. — Qualcuno, dunque, non dorme ma veglia, vigila all'interno di un luogo dove le circostanze richiedono attenzione e protezione perché in quel luogo, in quella casa, in quella famiglia è nato da poco un bambino ebreo che ancora non è entrato a far parte dell'alleanza di Abramo; ancora non è stata eseguita su di lui la circoncisione. Le ore della notte scandiscono il tempo che intercorre all'alba, al giorno, al momento in cui il maschietto venuto al mondo potrà essere considerato partecipe del patto stipulato da Dio con Israele.

Ma è ancora buio e lo stato di ambiguità, incertezza, equivocità crea, appunto, uno spazio dove il tempo si ferma; è il vuoto derivato dalla condizione di transizione del bambino che deve essere riempito e quest'ultimo protetto, difeso dai suoi familiari dai pericoli rappresentati dalla mancanza di una vera e propria identità ebraica e dalle influenze nefaste che si possono manifestare nottetempo. Per questa ragione la circoncisione, berith milah, era preceduta da una veglia vera e propria, Mishmarà, durante la quale si riunivano nella casa del piccolo parecchie decine di persone che trascorrevano l'intera notte leggendo e commentando brani del Talmud o della Kabbalah, intercalati dal canto di salmi e da invocazioni. Lo scopo era quello di aiutare i genitori a passare le ore buie custodendo insieme a loro il bambino, tutelando l'incolumità spirituale di quest'ultimo.

Mishmarà (inf. lishmor) è un termine ebraico che è tradotto con controllare, osservare, vigilare. È scritto nella Torah in Genesi 32,25, a proposito della lotta tra Giacobbe e l'angelo, che il nostro patriarca: — Rimase solo —, vigile mentre gli uomini, le donne e gli animali dormivano... così i genitori e parenti del bambino salvaguardavano l'integrità del neonato rimanendo svegli e creando una sorta di barriera prodotta da invocazioni e implorazioni al fine di evitare possibili insidie notturne. Giacobbe lottò nel buio, nelle tenebre contro qualcuno, forse un uomo, un angelo, Dio o addirittura contro se stesso. Voleva eliminare, rimuovere quella parte della sua persona rappresentata dalle cattive passioni elevando la sua anima a nobili e più alti ideali.

Nell'oscurità tutto appare confuso, le forme si dilatano e creano questo movimento caotico e disordinato di ombre pronte a colpire chi si trova in una condizione di non vigilanza. Ma Giacobbe è shomer, è vigile, non si lascia ingannare; combatte tutta la notte e alla fine vince; non è più Jaacov, colui che ingannò suo padre, ma Israele, il campione di Dio. Allo stesso tempo, simbolicamente, questa lotta di Giacobbe è riprodotta immaginariamente all'interno della casa dell'infante e le preghiere servono proprio a chiedere la protezione contro gli esseri malvagi e contro gli influssi funesti che possono colpire di notte.

L'origine di questo antico rituale che gli ebrei di Roma, e solo loro, usano recitare tuttora la sera precedente alla circoncisione ha origini remote. Forse la fonte è nascosta tra le mura delle antiche abitazioni del ghetto, tra i ricordi tramandati di generazione in generazione. Reminiscenze di epoche passate? Direi proprio di no! Piuttosto tradizioni sempre vive attorno alle quali gli ebrei si sono stretti e che attestano un passato di dolore ma anche di piccole gioie di cui la Mishmarà è un'espressione. Tutta l'atmosfera fatta d'intimità familiare era soffusa da questo intreccio di cantilene sacre e di argomentazioni che formavano una sola armonia... un solo shir all'interno della casa.

Lizkor: ricordare, rievocare il racconto del patto tra Dio e Abramo, l'obbligo della circoncisione e la promessa della nascita di Isacco. La notte della Mishmarà è il momento in cui le porte del gradimento stanno per dischiudersi, la notte in cui familiari e parenti del bambino si stringono in modo immaginario in un cagh, in un cerchio per rammentare l'aqedah, la legatura di Isacco e per pregare il Signore di non dimenticare la promessa fatta ad Abramo sul monte Moriah: — Quando i discendenti di Isacco si troveranno per le loro colpe in grandi sventure, ricorda in loro favore il sacrificio di Isacco; abbi pietà di loro, perdonali e salvali dalla sventura. —

Certamente nel corso degli anni il rito si è modificato; la veglia notturna oggigiorno ha lasciato il posto a una tradizione adeguata ai tempi moderni. La Mishmarà non è più fatta esclusivamente la sera precedente la circoncisione, ma anche in occasione di altre ricorrenze liete: per la nascita di bambine, Bar/Bath-Mitzwah o matrimoni. Ciò che è rimasto immutato è la sacralità di un rito che lega le famiglie ebraiche romane da generazioni. La tradizione vuole che i genitori invitino di sera i parenti stretti e un rabbino il quale sarà il chazan, cantore od officiante della cerimonia. L'abitazione è per l'ebraismo un primo passo verso la sinagoga; qui il capofamiglia assume funzioni non dissimili da quelle del rabbino nel tempio.

Non a caso, quindi, il genitore siederà vicino al celebrante intorno a un tavolo insieme ai propri consanguinei provvisti di un agile libricino mediante il quale potranno seguire le preghiere. Il rito ha inizio con la lettura di alcuni salmi: — Il nostro aiuto è nel Signore, creatore del cielo e della terra — (Salmo 124,8). — Togli il velo dai miei occhi che io possa vedere le meraviglie della tua legge — (Salmo 119,18) e altri; prosegue la celebrazione con il capitolo 17, 1-27 della Genesi nel quale l'Eterno rinnova il suo patto con Abramo.

A questo punto gli astanti intonano: Haleluyà ode' Adonai bekol levav (Salmo 111), un inno di lode all'Eterno. L'invocazione ebraica è espressione di un costante avvicinamento a Dio attraverso un'analisi della coscienza umana. — O diletto, padre pietoso... amico dell'anima... — cantano i presenti ricordando i versi della composizione liturgica attribuita a Rabbi El'azhar. Così le note echeggiano nella stanza, creando un'atmosfera di grande emozione. La Mishmarà a questo punto è giunta quasi al suo termine.

Il rito si conclude sulle note di un inno caratteristico scritto in onore di Rabbi Shimon Bar Yochai, al quale la tradizione attribuisce il Libro dello Zohar (splendore), l'opera fondamentale della Kabbalah: — Bar Yochai, coloro che si dedicano allo studio delle sacre carte sono da paragonare a robusti alberi di acacia; essi risplendono di una luce meravigliosa. — La cerimonia religiosa è terminata, ma ha inizio il momento conviviale; viene offerto a tutti i partecipanti un piccolo rinfresco e un sacchetto contenente dolci tipici. Questo involucro è denominato nel dialetto giudaico-romanesco chavod (onore) ed esso rappresenta un gesto visibile di ringraziamento verso coloro che sono intervenuti.

Concludendo posso affermare che attraverso questa usanza, consuetudine e innovazione si congiungono mediante fili invisibili in un canto di lode dove non c'è più passato, ma sospensione del tempo quotidiano. Patriarchi, guide e maestri sono così collegati a una serie di vicende storiche eccezionali, assorbite in un grandioso processo spirituale nel quale è inserito il neonato e la sua famiglia.

L'uomo non ha inventato Dio; ha solo sviluppato la fede per incontrare un Dio che è già qui, presente nelle melodie della comunità ebraica di Roma; tradizioni che possono far irruzione nella quiete della notte attraverso una cantilena che ricorda: — Hinneh lo yanum v'lo yishan shomer Israel... Certo non dorme, né sonnecchia il custode d'Israele. — (Salmo 121,4)

Lilli Spizzichino