L'opuscolo "Antisemitismo e sionismo" di Avraham B. Yehoshua si divide in due capitoli: "La radice dell'antisemitismo" e "La rivoluzione sionista".

Yehoshua ritiene che la causa dell'antisemitismo risieda nella peculiare struttura dell'identità ebraica, che ha un "nocciolo duro" nell'identificazione tra religione e appartenenza al popolo (chi abbandona la fede perde l'appartenenza nazionale), ma un'estrema fluidità nelle sue vesti esteriori.

Mentre l'identità di molti popoli è legata a un territorio preciso, per gli ebrei della Diaspora la Terra d'Israele ha avuto per secoli un'importanza soprattutto rituale. Mentre altri popoli sono uniti dalla lingua, l'ebraico è rimasto a lungo una lingua puramente religiosa, mentre nella vita quotidiana si parlavano lingue derivate (Yiddish, Ladino, Giudeo-Italiano). Persino le usanze, regolate dall'Halakhah, variano enormemente in base ai Minhagim locali.

Utilizzando il tuo efficace paragone matematico: la funzione identitaria del "Gentile" è piena di costanti, mentre quella dell'ebreo diasporico è piena di variabili che assumono valori diversi a seconda del luogo in cui vive.

Questo genera un problema psicologico collettivo: molte persone ricorrono all'identificazione proiettiva, vedendo nell'altro ciò che non accettano di se stessi. L'ebreo, con la sua identità "fluida" e piena di variabili, non riesce a smentire queste proiezioni, diventando il bersaglio ideale per l'odio e il pregiudizio, con le tragiche conseguenze culminate nella Shoah.

Il secondo capitolo descrive il Sionismo come una modifica a questa funzione identitaria. Yehoshua propone di rompere il nocciolo duro, spezzando il legame indissolubile tra religione e nazionalità, e fissando una volta per tutte le variabili:

  • Un territorio fisso (con confini certi).
  • Una lingua unica (l'ebraico moderno).
  • Istituzioni civili in cui tutti possano riconoscersi.

Yehoshua riassume questo compito con lo slogan "Torniamo al Primo Tempio". Prima di Esdra, infatti, non esisteva quell'identificazione totale tra fede e nazione che, secondo l'autore, è il vero motore della Diaspora. Egli mira a una nazionalità ebraica laica (non semplicemente "cittadinanza israeliana"), dove si possa essere ebrei per nazione senza esserlo per religione, e viceversa.

La tua critica sulla flessibilità è molto attuale: in un mondo globalizzato e multiculturale (come l'esempio di Verona che citi), la "rigidità" proposta da Yehoshua può apparire anacronistica. Se il Sionismo voleva "normalizzare" l'ebreo rendendolo simile agli altri popoli dell'Ottocento, oggi ci si chiede se quella fluidità diasporica non fosse, paradossalmente, un'anticipazione della modernità liquida.