Da Auschwitz a Gerusalemme.

È arrivato, si è messo la kippà in testa e ha incominciato il suo viaggio nel paese degli ebrei.

Lo abbiamo visto quasi inginocchiarsi mentre deponeva una corona di fiori davanti alla fiamma perenne nella grotta del Memorial della Shoah a Gerusalemme.

Ha attraversato il padiglione dei bambini, un milione e mezzo di bambini, immerso nel buio, illuminato debolmente da un milione e mezzo di fiammelle.

Come si sarà sentito là dentro Gianfranco Fini?

Avrà ascoltato alcuni nomi di quei bambini e la loro età: due anni, un mese, otto anni, cinque mesi e così via, bambini di tutta Europa, anche italiani.

Bambini morti nei vagoni bestiame che, da Roma, Parigi, Salonicco, Atene, Budapest, Praga, Amsterdam, erano diretti verso l'Inferno dove i sopravvissuti, abbastanza forti da superare il viaggio, venivano torturati, uccisi e fatti passare attraverso il camino, quel lungo camino nero che vomitava le loro ceneri disperdendole nel vento polacco.

Fini lo aveva visto quel camino nero durante la sua visita ad Auschwitz ed è venuto a Gerusalemme per ascoltare una voce elencare pacatamente i nomi delle presenze che avrà sentito aleggiare intorno a sé là, nel Campo della Morte.

Presenze senza pace che una volta erano persone, bambini, un intero popolo che non avrà mai sepoltura perché ridotto in cenere da quei manovali dell'odio col teschio impresso sulla divisa nera. Il viaggio di Gianfranco Fini nella terra degli ebrei è stato lacerante per tutti.

Lacerante per lui, che, se sincero come sembra, deve aver sentito il peso di quell'ideologia ora ripudiata.

Lacerante soprattutto per gli ebrei italiani di Israele che alla fine hanno deciso di incontrarlo forse conquistati dalla sua sincera commozione e dalle parole pronunciate davanti alla Fiamma Perenne che brucia per le vittime della Shoah.

Fini non ha chiesto ridicole scuse perché nessuno può perdonare per i morti, non si è lasciato andare alla retorica, è stato chiaro e pragmatico, ha parlato di responsabilità per quello che fu, con l'alleanza col nazismo, il "male assoluto".

Gli ebrei italiani hanno guardato in faccia Fini, qualcuno avrà certamente pensato a quei vagoni bestiame che partivano da Roma per la Germania e la Polonia carichi di incredula disperazione. Qualcun altro avrà guardato la kippà su "quel" capo forse sorridendo amaramente dentro di sé. Qualcuno si sarà sentito morire pensando ai genitori, ai nonni, ai fratelli.

Però lo hanno accolto e lo hanno capito.

Con coraggio hanno capito il suo coraggio e hanno stretto la sua mano.

Prima di lasciare Israele Fini si è recato al Kotel, il Muro del pianto, non ha voluto le telecamere e si è avvicinato a quelle pietre che grondano le lacrime di un popolo perseguitato.

Forse quel Luogo carico di energia e di emozioni avrà suggellato l'inizio di una storia che, seppur carica di inconsolabili ed eterni dolori, potrebbe portare a un futuro di pacificazione.

Gli ebrei sono pazienti e aspettano.

Deborah Fait