Ieri ricorreva il ventesimo anniversario della strage di Sabra e Chatila.

Nella notte tra il 16 e 17 settembre 1982 falangi di cristiani-maroniti uccisero, secondo fonti della Croce Rossa Internazionale, 1000 o più persone nei due campi profughi che ospitavano palestinesi. Questo tragico avvenimento è emblematico perché evidenzia due elementi fondamentali nella questione israelo-palestinese.

I due elementi che evidenzierò sono raffigurabili mediante l'attuale premier israeliano Ariel Sharon ed il leader dell'OLP Jasser Arafat.

La responsabilità pratica ed oggettiva del massacro è da attribuirsi completamente alle falangi cristiano-maroniti. Infatti, non seguendo certo dei principi cristiano-cattolici, attuarono la legge del taglione per vendicarsi dell'assassinio del presidente eletto libanese Bashir Gamayel, capo dei miliziani cristiani della Falange, ucciso il 14 settembre 1982.

Però intorno ai due campi vi erano le truppe israeliane. Il loro compito era quello di controllare i due campi profughi. Ci si può immaginare bene quanta precisione abbiano messo le truppe israeliane nell'effettuare l'accerchiamento. Eppure nella notte tra il 16 e 17 settembre 1982 le maglie di uno degli eserciti meglio preparati, per bravura e per necessità, del mondo si allentarono e fecero passare una falange di circa 150 persone armate che massacrarono i palestinesi presenti nei due campi.

Il ministro della difesa dell'epoca era Ariel Sharon. Egli, coadiuvato dal capo di Stato maggiore Eitan e dal generale Yaron, il quale comandava le unità dislocate intorno ai campi, non impedì, anzi comandò, di non impedire l'entrata degli assassini. Infatti alcuni ufficiali delle divisioni corazzate, avendo sentito il rumore provocato dall'avvenimento, avevano informato lo Stato maggiore dell'esercito ed avevano chiesto ordini in merito. Non vi fu risposta. In questo caso chi tace non acconsente all'intervento per fermare l'eccidio. L'idea alla base della scelta di Sharon è così schematizzabile.

Egli, contando sulla vendetta delle falangi, ordinò di aprire le maglie dell'esercito, il quale controllava i due campi profughi, con l'idea di spazzare dal terreno della lotta i palestinesi, per poter finalmente affermare i diritti della nazione dei nostri fratelli. Infatti, oggi come allora, il più grande ed unico pericolo per Israele era il mondo arabo che si concretizzava innanzi tutto con i palestinesi. L'idea di preservare lo stato ebraico, faticosamente costruito nel corso di numerose guerre, non era e non è certo da disprezzare. Ma la sua attuazione è stata terribile. Nei Proverbi (6,16-18) leggo: "Sei cose odia l'Altissimo, anzi sette gli sono in abominio: occhi alteri, lingua bugiarda, mani che versano sangue innocente, cuore che trama iniqui progetti, piedi che corrono rapidi verso il male".

Sempre nel libro dei Proverbi (10,10) leggo: "chi chiude un occhio causa dolore".

Non vi è dubbio che il ministro della difesa abbia tramato iniqui progetti e che abbia chiuso un occhio, causando dolore e versamento di sangue innocente. Infatti materialmente non è stato l'esercito israeliano ad effettuare l'eccidio, ma l'aver chiuso un occhio lo ha consentito. Non vi è dubbio che Sharon abbia così contribuito alla destabilizzazione di Israele. Infatti, pur perseguendo l'obiettivo di rafforzare lo stato d'Israele, eliminando un problema alla radice, e considerando che nel 1982 si faceva pressante il terrorismo palestinese, e pur facendolo attuare a persone non appartenenti ad Israele, per non poter essere accusato materialmente dell'eccidio, ha favorito Hamas, ed i gruppi estremisti facentigli capo, a trovare, a causa di quell'orrore, proseliti e così essi avranno sempre un serbatoio umano pronto per essere addestrato ed indottrinato contro Israele. In tempi brevi quest'idea di Sharon, ossia di chiudere rapidamente, mediante un blitz efficace e devastante, la partita contro i palestinesi, si era rivelata corretta, come anche l'occupazione 2001-2002 effettuata nei territori palestinesi per tentare di arginare il terrorismo kamikaze. Ma si è rivelata terribile nel lungo periodo. Non si può sperare di vincere la resistenza palestinese solo mediante prove di forza. Ormai è riconosciuto che l'esercito israeliano è uno degli eserciti più validi del mondo. Ma tutta questa forza bruta non è sufficiente a vincere ed ad imporre la pace, l'ordine nel territorio palestinese ed ad estirpare il terrorismo. La ragione è che le azioni militari, sia quelle dirette come quelle indirette, come nel caso di Sabra e Chatila, non producono mai la pace. Infatti, come è accaduto anche in Jugoslavia, i parenti delle vittime, i ricordi dei sopravvissuti, lo stato di miseria nella quale viene immersa la popolazione, fatto collaterale di ogni guerra, generano un sentimento di ostilità nei confronti degli aggressori ed inoltre rappresentano la miniera dalla quale gli estremisti possono estrarre grandi quantità di materia prima, ossia i giovani, da far mandare ad esplodere, causando morti innocenti, in nome di ideologie folli, che certo non apprezzano o non conoscono il valore della vita. Un altro esempio sul quale si dovrebbe riflettere è il sentimento di ostilità e di rabbia che i francesi provarono dopo la sconfitta, ad opera della Prussia, patita a Sedan. Non è stato anche lo spirito del revanchismo una causa, anche se certamente non di primaria importanza, della prima guerra mondiale? Certamente quello spirito contribuì alla creazione di uno stato d'animo pronto e convinto ad accettare ogni conflitto, a prescindere dalla sua portata, contro la Prussia. Quindi il primo elemento fondamentale della questione israelo-palestinese è che l'idea, basata sulla convinzione della propria superiorità militare rispetto a quella palestinese, di ritener sufficiente improntare una politica militarista contro i palestinesi, per distruggere le basi del terrorismo, con lo scopo di vivere in pace, di poter finalmente consolidare lo stato israeliano, è errata. Questa politica è attuata dal premier Sharon e non ha portato che leggeri miglioramenti temporanei, e quindi inutili, della sicurezza dello stato israeliano.

La presenza in campo palestinese delle truppe israeliane era stata causata dall'intensificarsi della guerriglia provocata dall'OLP, la quale si era trasferita dopo il Settembre nero dalla Giordania in Libano. Ma il trasferimento causò la dissoluzione del fragile equilibrio col quale si reggeva lo stato libanese. Infatti tale trasferimento comportò la creazione di uno stato nello stato, nel quale si installò la dirigenza dell'OLP, e che non era apparsa in Giordania fonte di stabilità, come non lo sono nessuna organizzazione che sfrutta il terrorismo, ossia la vita di altre persone e non le proprie, per perseguire degli scopi ritenuti validi. Il secondo elemento fondamentale della questione israelo-palestinese è l'OLP che identifico, in massima parte, con Jasser Arafat. L'OLP persegue da quasi quarant'anni l'obiettivo di distruggere Israele. Ancora non lo ha raggiunto. Ed ancora sfrutta la miseria di migliaia di persone palestinesi per mandarle a morire come kamikaze – che come fine della propria vita non mi sembra entusiasmante –, nella speranza di raggiungere l'agognato obiettivo. È possibile considerare Arafat come un grande politico? Il grande politico, come Talleyrand, Otto von Bismarck, F. Delano Roosevelt ed altri grandi hanno la capacità di rinunciare, almeno temporaneamente, agli obiettivi che si prefiggono in nome del cambiamento della realtà nella quale agiscono. Non si può ancora continuare con gli atti terroristici dopo che quarant'anni di applicazione non hanno dato nessun risultato. Arafat rappresenta una fonte di destabilizzazione costante di tutta l'area medio-orientale e come tale deve essere rimosso, dai membri del suo partito, dal suo ruolo dirigenziale. Questi sono i due elementi fondamentali della questione israelo-palestinese. Per perseguire la pace in quell'area bisogna che sia Israele che le organizzazioni che fanno capo all'OLP smettano di considerare l'arma della violenza come strumento efficace per perseguire i loro scopi, da una parte consolidare lo stato di Israele, dall'altra distruggere Israele.

Ormai lo stato dei nostri fratelli israeliani è presente, roccioso, determinato a restare lì dove sorge. Non resta ai palestinesi che prenderne atto e decidere di creare finalmente un vero stato palestinese, che rappresenterebbe una sicurezza per tutta l'area geo-politica e un futuro per i loro figli. L'unico futuro per entrambe le parti sarà quello di ricercare insieme la pace, anche se sarà difficile dopo quasi cinquant'anni di lotta.