Ieri ricorreva l'anniversario della strage di Sabra e Chatila, un evento tragico che evidenzia due elementi fondamentali e critici della questione israelo-palestinese.
Nella notte tra il 16 e 17 settembre 1982, le falangi cristiano-maronite uccisero oltre 1000 persone nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. Sebbene la responsabilità materiale sia delle milizie libanesi, l'esercito israeliano, che circondava l'area, non impedì il massacro.
Il primo elemento critico è rappresentato da Ariel Sharon, allora Ministro della Difesa. Egli "chiuse un occhio", permettendo l'entrata degli assassini per perseguire l'illusione di una soluzione militare definitiva contro i palestinesi. Come dicono i Proverbi (10,10): "Chi chiude un occhio causa dolore". Questa politica militarista, pur mirando alla sicurezza, ha finito per alimentare l'odio e favorire il proselitismo di gruppi estremisti come Hamas.
Le azioni militari non producono mai la pace se generano miseria e revanchismo. La storia insegna che il sentimento di ostilità dei sopravvissuti è la miniera da cui gli estremisti estraggono "materia prima": giovani pronti a esplodere in nome di ideologie folli.
Il secondo elemento è l'OLP, identificata con Yasser Arafat. Da quarant'anni l'obiettivo dichiarato è la distruzione di Israele, un fine mai raggiunto che sfrutta la miseria dei palestinesi. A differenza di grandi statisti come Bismarck o Roosevelt, Arafat non ha saputo rinunciare a metodi fallimentari in nome del cambiamento della realtà. Egli rappresenta una fonte di destabilizzazione costante.
Per la pace, entrambe le parti devono smettere di considerare la violenza uno strumento efficace. Lo Stato d'Israele è una realtà determinata a restare; ai palestinesi non resta che prenderne atto e creare finalmente un vero Stato che garantisca un futuro ai loro figli.