È morto a 73 anni a Filadelfia Chaim Potok, il magnifico narratore degli ebrei di Brooklyn. Scrittore vigoroso e profondo, Potok ha saputo rendere universali le esperienze particolari del mondo chassidico, esplorando il confine sottile tra fede religiosa e libertà creativa.

Chaim Potok non era solo uno scrittore; era un uomo che viveva il "conflitto delle culture". Figlio di un pio chassid giunto a Brooklyn da Lvov, scelse di non seguire la carriera rabbinica tradizionale dopo aver scoperto Joyce a 17 anni. Capì allora il potere del linguaggio di organizzare l'esperienza e decise di raccontare il suo mondo dall'interno.

A differenza di altri autori ebrei americani come Saul Bellow o Bernard Malamud, che spesso cercavano di allontanarsi dalle radici, Potok vi rimase immerso. Si iscrisse al Jewish Theological Seminary e studiò filosofia (Kant) per comprendere meglio i rapporti tra l'ebraismo e la cultura occidentale.

Il successo arrivò nel 1967 con Danny l'eletto (The Chosen). Potok spiegava che il romanzo è un genere capace di rendere universali le questioni umane di base: la responsabilità, il tradimento di sé o della comunità. I suoi personaggi affrontano scelte tremende: chi tradisce il Talmud per lo studio critico della Bibbia (In principio), o chi, come Asher Lev, dipinge crocifissi per esprimere un dolore che la propria tradizione non sa contenere.

Proprio su Asher Lev, Potok chiariva una distinzione fondamentale rispetto a Chagall: "Chagall lascia l'ebraismo, Asher Lev cerca di restarci. Se resti, fai diventare pazzi i religiosi perché li metti in discussione dall'interno".

Sulla memoria e sulla storia, Potok offriva una visione altissima: gli ebrei hanno "inventato" la storia intesa come tempo lineare. Nella Bibbia il tempo ha un inizio e una fine, una direzione precisa verso un fine buono. Questa concezione biblica ha sconfitto quella pagana (ciclica e legata alle stagioni), mutando il destino dell'Occidente: se la storia ha un fine, allora l'uomo ha il dovere di progettare.