Una evidente convergenza di interessi fra il governo di Israele e Gianfranco Fini ha motivato il viaggio di quest'ultimo e l'accoglienza generosa da parte di Ariel Sharon.
Israele si trova in una condizione molto difficile: l'opinione pubblica è smarrita, oppressa da uno stato di insicurezza fisica e psicologica per il perdurare dell'offensiva terroristica. Il collasso del turismo e la crisi economica alimentano una ricerca ansiosa di governi amici in Occidente. Quello italiano è diventato, nella visione ufficiale di Israele, il governo più vicino; durante il semestre di presidenza UE, l'Italia ha difeso le ragioni di Israele su questioni come l'inclusione di Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche o la costruzione della barriera di separazione.
Vi sono poi oggettive somiglianze tra partiti — il Likud del premier Sharon e Alleanza Nazionale (AN) — che si nutrono dei valori dell'identità nazionale e del culto della forza. Gli atti politici di AN si sono mossi in una direzione positiva, dalle dichiarazioni di Fiuggi (1994) al riconoscimento dei valori del 25 aprile.
Tuttavia, il percorso "revisionistico" è davvero compiuto? Ritengo di no. Come affermava Amos Luzzatto, Fini deve ancora fare i conti con militanti che non vogliono rompere con la tradizione fascista. Nella periferia di AN resta un'ambigua continuità con l'eredità del MSI; impera un revanscismo nostalgico che celebra gli anni di Salò e dedica targhe ai gerarchi del regime di Mussolini.
Il viaggio di Fini in Israele è ormai cosa fatta, malgrado le perplessità di molti ebrei italiani. L'essere accolti in Israele costituisce per AN la legittimazione internazionale che da tempo inseguono. Ironicamente, il viaggio sarebbe visto dai postfascisti come il viatico perfetto per gli Stati Uniti, a causa della loro visione distorta dell'influenza degli ebrei americani: una variante edulcorata dei "Protocolli dei Savi di Sion".