Rav Moshe Chaim Luzzatto (il Ramchal) ci dice che ci sono alcune cose su Dio Onnipotente che ognuno di noi deve sia "conoscere" che "credere".

Egli sembra comporre i due concetti, dacché il Rambam (Maimonide) disse in un contesto che noi dobbiamo conoscere alcuni fondamenti della fede, ed in un altro che noi dobbiamo crederci. Sembra che il Ramchal sostenga che noi dobbiamo fare ambedue le cose insieme.

Questa è la risposta accademica alla domanda sul perché si parli di entrambe. A noi piacerebbe affrontarle diversamente ora, e rivolgere un paio di domande a proposito della combinazione. Primo: qual è la differenza tra il credere ed il conoscere? E perché, per il nostro scopo, il Ramchal ha composto le due cose?

Il modo migliore che io conosco per definire la differenza tra il conoscere ed il credere è immaginare la mancanza dell'uno o dell'altro. Mi pare che il non credere sia più minaccioso dal punto di vista personale ed esistenziale, e più oscuramente terribile del non conoscere. Questo perché io sono convinto che se io non conosco qualcosa, posso sempre impararla; ma se io non ci credo, mi trovo in qualche modo "arenato". Difatti, molti dei nostri Saggi hanno insegnato che il credere vale più del sapere.

Ma anche il non sapere è una minaccia. Sapere, ad esempio, perché mi è accaduto qualcosa di male sembra che attutisca il dolore ed offra conforto. Ma il non saperlo sembra corrodere il mio essere ed opprimermi.

Il punto del Ramchal sembra essere che noi dobbiamo internalizzare la verità dell'esistenza di Dio in un modo o nell'altro, e così convincerci della Sua vivente presenza, in modo che tanto l'oscura e terribile mancanza di fede in Lui, quanto la vuota, scipita ignoranza dei modi in cui Dio agisce nel mondo scompaiano semplicemente.

Ma come possiamo far questo? Un suggerimento: avete notato che il Ramchal ha intitolato la sua opera "Derekh HaShem" (La Via di Dio) e non "Derakhim" (Vie), come abbiamo invece fatto un paio di paragrafi sopra parlando de "le vie di Dio nel mondo"?

Credo che il Ramchal l'abbia declinato al singolare perché un punto cruciale in tutta la sua opera è che, nel complesso, Dio abbia una via maestra, o programma, se vi piace chiamarlo così; con molti "sentierucoli" o programmi secondari che portano tutti alla realizzazione del programma principale.

Riuscire a capire questo — impararlo e crederlo fino in fondo, col cuore e con l'anima — ci farà tanto conoscerlo quanto crederlo. Ed infatti gran parte del dono di questo libro sarà il sottolineare l'esistenza del programma principale di Dio alla luce dei Suoi programmi secondari.

Detto ciò, che dobbiamo credere e conoscere dopotutto? Queste cose saranno tante, e tanto io che voi dovremo pazientare, anche perché "La Via di Dio" è fatta a stadi.

La prima cosa è che Dio è il Primo Essere; e che Egli è esistito prima di ogni altra cosa o persona, e continuerà ad esistere dopo che ogni cosa o persona saranno scomparse.

Ma c'è una stranezza: se Egli è il Primo Essere, è ovvio che è esistito prima di ogni altra cosa. Perché allora il Ramchal lo ribadisce? Che differenza c'è? Forse noi possiamo spiegare così perché Dio è chiamato il Primo Essere in questo modo: se noi in qualche modo apparissimo dal nulla e divenissimo reali per la prima volta, il primo essere che scorgeremmo — l'essere più ovvio e preminente — sarebbe Dio. Questo proprio perché non avevamo ancora avuto la possibilità di dare per scontata la Sua presenza.

Inoltre, ci è stato detto che Egli continuerà ad esistere dopo che ogni cosa e persona sarà scomparsa. Perché dovremmo aver bisogno di sapere anche questo? Immaginate un gran concerto pieno di scrosci e tuoni, toni alti e bassi. Immaginate che cominci con una sola nota che in qualche modo riesce ad aprirsi la strada attraverso il concerto, ed a riapparire alla sua fine. Non mostrerebbe, in retrospettiva, quella sola nota di aver definito il concerto e di avergli dato la sua impronta?

Questa è proprio quello che afferma il Ramchal. La presenza ineffabile di Dio definisce la realtà e le dà la sua impronta. Ed essendo Egli il Primo e l'Ultimo, è la parte migliore del tutto.

La sua affermazione conclusiva è che Dio — e solo Dio — è sia il Creatore che il Conservatore di ogni cosa. Detta semplicemente, questo finisce col negare il potere di una qualsiasi altra cosa o persona di creare veramente qualcosa dal nulla. Dio non ci ha solo creati, ma mantiene il nostro essere in ogni momento.

Tornando alla nostra metafora musicale, Dio non ha premuto le Sue labbra sulla bocca del nostro essere solo per iniziare a "suonarci" (cioè ad animarci); Egli continua a farlo per tutta la durata del concerto.