"Lo scopo della Creazione"
Perché D-o ha creato un universo in cui esiste la sofferenza? Questa domanda tocca le radici del pensiero teologico. La risposta risiede nella natura stessa del Creatore e nella finalità ultima dell'esistenza umana.
"Lo scopo della Creazione"
La gente spesso si chiede perché Dio abbia creato un universo in cui la gente soffre.
Il presupposto è che la vita dovrebbe essere bella. Ma da dove viene questo presupposto? Dopotutto, è abbastanza facile presumere invece che la vita dovrebbe essere brutta. Perché presumiamo il contrario? Sembra che sia perché il cuore umano conosce fin troppo bene che Dio è buono e si stupisce quando le cose sembrano contraddirlo.
Il Ramchal (così come il santo Ari, il Gaon di Vilna, ed altri) è d'accordo con la nostra presunzione che Dio sia di fatto buono, ed aggiunge che Egli ha creato il mondo per "far del bene agli altri".
La gente soffre? Certamente! Ma questo non nega che Dio sia in fondo buono, dacché la Sua fondamentale bontà si estende a cose ben al di là della nostra concreta esperienza, come vedremo.
La logica dietro l'affermazione che Dio ha creato il mondo per fare del bene è la seguente:
Noi sappiamo che Dio stesso è buono; dopotutto, Egli dà altruisticamente (in fondo, che Gli costa?) e non chiede nulla in cambio (a che Gli servirebbe?). È assiomatico che un ente buono faccia cose buone; e noi sappiamo che gli atti di bontà debbono avere i loro destinatari ("oggetti di benevolenza", se vogliamo). Ne consegue che Dio, che è buono, ha creato l'universo per "fare del bene", cioè ha creato un'atmosfera in cui gli esseri potessero esistere per ricevere il Suo bene.
Il Ramchal continua sostenendo che, dacché Dio è integralmente completo, Egli dovrebbe logicamente offrirci soltanto una bontà integrale. E che cos'è il "bene integrale" che Dio potrebbe fornirci? L'esperienza di Sé. Perciò noi godiamo della divina bontà nel modo più completo ed evidente quando esperiamo Lui.
Una tale piena e completa esperienza di Dio stesso è chiamata devequt (l'aderire o l'aggrapparsi a Dio) in ebraico, ed è un tema costante della Qabbalah, del Mussar e della letteratura chassidica.
Forse la più efficace illustrazione della devequt è quella che si trova in un certo punto del Talmud, in cui l'esperienza è paragonata a quella di due datteri appiccicosi uniti l'uno all'altro. Il Talmud sembra voler qui sostenere che la devequt è un esempio di due enti separati che "aderiscono" per un certo periodo e che per quel periodo diventano una ed una sola cosa a tutti gli effetti e scopi pratici (dacché è dura determinare dove inizia un dattero e dove l'altro termina), mentre in verità restano due enti separati.
In verità, il Ramchal parla altrove di ciò che si potrebbe chiamare "l'ultimo stadio della devequt", nella "Fine dei Giorni". Ma non è questo il punto. Il problema qui è che noi possiamo di fatto aderire a Dio in modo variabile in questo mondo. E che mentre l'abilità in questo varia da persona a persona, ogni atto di devequt ci porta sempre più vicini a Lui e ci consente di godere della Sua vera bontà (cioè Lui stesso).
Il punto sottostante qui sembra quindi che, mentre noi davvero soffriamo e la vita ci sembra talvolta brutta, noi possiamo comunque gradatamente immergerci nella vera bontà divina a livello spirituale e trascendente aderendo a Lui (e così trascendendo il dolore e la sofferenza materiali) come meglio possiamo.