"Lo scopo della Creazione"
Paragrafo 3
L'ultima volta Ramchal si è concentrato sull'idea che Dio ha voluto che noi divenissimo Suoi intimi perfezionandoci. Questa volta Ramchal sostiene che non è che noi ci guadagniamo l'intimità con Dio perfezionandoci — di fatto, noi diventiamo Suoi intimi attraverso il processo di autoperfezionamento.
Alcuni di noi magari vagheggiano su come debba essere sublime avvicinarsi a Dio Onnipotente, mentre i più ferinamente materialisti e legati a questo mondo non hanno neppure il desiderio di ciò. Ma gli Tzaddiqim (i giusti e santi) lo sognano nel più profondo e vivido angolo del loro cuore, si mettono in moto, e alla fine si avvicinano a Lui (vedi la nostra discussione sull'esperienza di devequt — adesione — in 1:2:1).
Infatti, il vero essere di una persona può essere determinato nel modo migliore dal contrasto tra ciò che sogna e ciò che ignora. Perciò ci farebbe bene determinare la nostra posizione spirituale in base a quanto desideriamo divenire intimi di Dio.
Per questo, gli Tzaddiqim talvolta divengono benignamente impazienti nella loro ricerca e cercano una "scorciatoia". Ramchal affronta questo problema spiegando che l'Essere divino è assolutamente perfetto e ogni altro esempio di perfezione è una derivazione di quella originaria.
La scorciatoia risiede in questo: allo stesso modo in cui i rami di un albero sono più piccoli ma simili all'albero stesso, chi si afferra a un ramo si sta aggrappando all'albero intero. Ricercare l'autoperfezione (che è un ramo della perfezione divina) significa "afferrarsi" al Suo vero essere. È come un naufrago che, afferrando un salvagente, è in un certo senso già salvo sulla lancia che lo soccorre.
Perciò, impegnarsi nel processo di autoperfezionamento e nel processo di avvicinarsi a Dio sono la medesima cosa. Più uno si perfeziona, più si avvicina a Dio Onnipotente.
Ramchal conclude con un'osservazione finale: avvicinarsi a Dio è vissuto come un'esperienza di illuminazione, mentre distanziarsene è visto come un'esperienza di "nascondimento". Più uno si perfeziona, più gode della luce divina. Questi due paradigmi vengono spesso definiti come "vedere" Dio faccia a faccia o di schiena.