Luzzatto: Siamo nel mirino. Il Papa: Mobilitiamoci. Berlusconi alla Sinagoga di Roma. L'esperienza storica ce lo insegna, gli ebrei rappresentano da secoli la minoranza più facile da colpire.
ROMA — L'esperienza storica ce lo insegna, gli ebrei rappresentano da secoli la minoranza più facile da colpire. E ciò vale anche oggi per la nostra comunità italiana. Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, dà voce senza giri di parole ai timori degli israeliti italiani dopo l'attentato a Istanbul. Spiega Luzzatto: — Gli iscritti alle nostre comunità sono 25 mila, rappresentano una fetta molto esigua della popolazione, per di più dispersa in piccoli gruppi sul territorio. Così diventa facile individuare qualcuno da colpire. C'è bisogno di una maggiore vigilanza.
Le misure sono pronte, Luzzatto sa che nelle comunità si teme il peggio: — Ci siamo attivati per far monitorare le sinagoghe, abbiamo informato il ministero degli Interni e le autorità locali di polizia. Non siamo noi ma precise organizzazioni terroristiche a individuare nell'Italia un bersaglio da colpire. E come non pensare alle sinagoghe dopo Istanbul? Ma Luzzatto aggiunge: — Teniamo i nervi saldi, continueremo a riunirci e a pregare nelle sinagoghe. Garantiremo la sicurezza degli ebrei e di tutti i cittadini italiani, ha assicurato Silvio Berlusconi.
Per dare un segno immediato di attenzione, ieri mezzo mondo politico italiano ha varcato la soglia di una sinagoga. Calate le tenebre dello Shabbat, la festività tradizionale ebraica, il Tempio Maggiore di Roma sul Lungotevere (che nell'ottobre 1982 subì a sua volta un attentato da parte di un commando di terroristi di matrice islamica) ha accolto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta, il ministro dell'Interno Beppe Pisanu, il capo della polizia Gianni De Gennaro. A salutarli, sotto la volta stellata affrescata nel 1904, c'era il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, che guida la più antica comunità ebraica d'Europa e ora teme il peggio: — Facciamo appello a tutte le coscienze per un riscatto morale, per una lotta senza tregua al terrorismo e per una lotta contro tutto ciò che lo produce.
Berlusconi in mattinata aveva parlato con Luzzatto: — Le porto la solidarietà mia e del governo, contate pure sul nostro aiuto (e Luzzatto: — La solidarietà fa sempre piacere). Emozionata la riflessione di Casini: — La comunità ebraica è la "nostra" comunità ebraica, perché profondamente intrecciata nella storia d'Italia oltre che alla vita della comunità nazionale. Sempre a Roma, il sindaco Walter Veltroni ha seguito la cerimonia serale di commemorazione delle vittime presieduta da Di Segni e ha chiesto che l'islam moderato isoli chi crea una situazione di terribile allarme. A Milano, in mattinata, Romano Prodi ha incontrato il rabbino capo Giuseppe Laras. Papa Giovanni Paolo II ha affrontato il tema del terrorismo, pur non nominando Istanbul: — Mai più l'appartenenza religiosa sia origine di conflitti, che insanguinano e sfigurano l'umanità.
L'ebraismo italiano è dunque in allarme. Si sente parte di un mondo in pericolo, come spiega Tullia Zevi, ex presidente dell'Unione delle comunità: — La miscela politica-fede è esplosiva, bisogna ricondurre la fede nel suo alveo naturale. Il caso italiano? Non mi sento di isolare il nostro Paese da un contesto ben più vasto. Il mondo è ormai globalizzato e lo è anche questo terrorismo. Il punto sarà ora individuare le radici che collegano nei vari continenti questi fenomeni. È un po' ciò che dice anche il rabbino capo di Venezia, Elia Richetti: — È evidente che in questo momento siamo più che mai obiettivo sensibile in ogni parte del mondo, bisogna tenere gli occhi aperti anche più di prima.
C'è infine chi pone un problema di fondo, come il regista Moni Ovadia, studioso del mondo ebraico: — Chi mette una bomba in una sinagoga è un mascalzone, un delinquente, lo sappiamo e lo ripeteremo fino alla nausea. Ma dirlo non basta. Le frange di una sottocultura che si sente soffocare da una forza egemonizzante finiscono col reagire utilizzando i mezzi che conoscono, per esempio il suicidio dei kamikaze. Io credo che a questo punto non resti, all'Occidente, che abbandonare la strada della supremazia accettando invece l'alterità senza più sognare di imporre i propri modelli.
Paolo Conti
Articolo tratto da corriere.it a cura di mappik