Nel congedare e ringraziare il dimissionario rabbino capo di Milano Giuseppe Laras per il quarto di secolo dedicato non solo alla comunità ebraica ma anche alla nostra città nel suo insieme, è opportuno stilare un'agenda delle sfide che dovrà affrontare il suo sostituto.
Come qualsiasi sacerdote, dovrà prima di tutto occuparsi dei propri fedeli, e nella nostra città la sfida sarà assai impegnativa viste le diverse provenienze dei membri della comunità. Sono infatti ormai migliaia gli ebrei milanesi provenienti da Paesi islamici, spesso fuggiti a causa di persecuzioni. Essi hanno arricchito culturalmente Milano nel corso degli anni e hanno creato le proprie sinagoghe (persiane, libanesi, libiche, eccetera).
Il nuovo rabbino capo avrà il compito di coinvolgere maggiormente questi e altri gruppi — come quelli provenienti dall'Europa orientale — nelle istituzioni comunitarie milanesi. In merito invece ai rapporti tra il futuro rabbino di Milano e il mondo non ebraico, il pensiero corre al dialogo interreligioso.
Negli anni passati il rapporto tra il cardinale Carlo Maria Martini e il rabbino Laras è stato molto fecondo, ma oggi serve andare ancora più avanti e con diverse modalità. Le chiare condanne dell'antisemitismo da parte delle gerarchie cattoliche sono certo positive, ma non bastano. È necessario fare azione preventiva a tutti i livelli.
Una di queste poteva essere quella di inserire nel nuovo Compendio del catechismo della Chiesa cattolica la condanna esplicita dell'antisemitismo presente nella Nostra Aetate del 1965, dove si dichiara che ogni elemento di antigiudaismo è contrario alla dottrina. Una richiesta che peraltro era stata fatta dall'ambasciatore israeliano presso la Santa Sede allo stesso — allora — cardinale Ratzinger già due anni fa, e che sembrava potesse essere accettata. Purtroppo così non è stato, e sarà compito del nuovo rabbino milanese anche quello di rilanciare — magari insieme al cardinale Tettamanzi, se lo vorrà — tale proposta.
Se c'è una cosa che la Chiesa può fare contro l'antisemitismo, infatti, è proprio quella di far studiare ai propri fedeli e ai propri sacerdoti i testi che richiamano all'amore verso quelli che Giovanni Paolo II ebbe modo di chiamare "fratelli maggiori". Non dovranno poi mancare i rapporti con l'Islam già ben avviati dal rabbino uscente; anche in questo campo sarebbero utili proposte più coraggiose da entrambe le parti.
Una potrebbe essere quella di incoraggiare incontri periodici ebraico-islamici — anche e soprattutto a livello giovanile — per far sì che tra le due comunità si possa costruire un dialogo volto a disarmare pregiudizi reciproci, a prescindere dall'emergenza terroristica. Certo l'Islam milanese è assai variegato e qualche gruppo sicuramente non vorrà essere coinvolto, ma intraprendere una collaborazione, per esempio con la sezione milanese dei Giovani Musulmani d'Italia, guidata da Abdallah Kabakebji, potrebbe rappresentare un buon inizio e fare da traino anche per altri in futuro.
Una mano in tal senso potrebbero darla anche le istituzioni cittadine che dovrebbero cercare, oltre che di isolare gli estremisti, anche di riconoscere un ruolo a quei gruppi che si spendono per il dialogo.
di Davide Romano [Repubblica — 6 luglio 2005]