Leggendo il libro di Fatima Mernissi "La terrazza proibita — Vita nell'harem", edito da Giunti, vi ho trovato il termine chanaan, che assomiglia assai all'ebraico chen.
Leggiamo questo brano di pagina 150:
Mina era maqtu'a, cioè vecchia e povera, ma era ricca di calore umano e di hann. L'hann è una sorta di dono divino che trabocca come una fontana, versando tenerezza tutto intorno, senza badare se chi lo riceve è qualcuno che si comporta bene e sta attento a non infrangere i hudd [= confini] di Allah. Solo i santi e altre creature privilegiate sono in grado di dare hann, e Mina lo era. Non mostrava mai alcun segno di collera, tranne quando un bambino veniva picchiato.
Leggendo il brano mi è venuta in mente la berakhah: "Attah chonen le-adam da'at... = Tu concedi all'uomo conoscenza...", e mi sono detto: ecco un'altra occasione per una passeggiata nel gan shorashim = Jadiyqatu_l-uSuwl = hortus radicum, dove le radici creano un intreccio di parole.
La radice .ch.n.n è geminata, ovvero la terza radicale è uguale alla seconda; spesso questo accade quando la radice originale aveva due lettere soltanto, ma i parlanti l'hanno voluta "normalizzare" portandola a tre lettere.
Alle radici geminate corrispondono in ambo le lingue verbi dalla coniugazione irregolare (che i grammatici chiamano pittorescamente "verbi sordi"), ma non mi sto occupando di questo.
Al vocabolo arabo citato da Mernissi, chanaan, corrisponde in ebraico chen, che però ha un significato lievemente diverso: chanan è il sentimento di cui parla Fatima Mernissi, chen viene invece interpretato dall'Encyclopaedia Judaica come la disposizione a donare qualcosa per dimostrare il proprio favore.
E infatti l'espressione idiomatica matza chen bey'ney... = trovar grazia agli occhi di... viene spesso usata quando il soggetto implora qualcosa da qualcuno.
Ma questa "concretezza" appartiene anche alla lingua araba: il verbo base, di 1ª forma, con questa radice, channa, che il mio dizionario arabo traduce con "bramare", oppure "impietosirsi" (dipende dalla preposizione che regge quel che causa brama o pietà).
Come mai questa duplicità di significato? Nel mio dizionario arabo, dopo channa, un verbo geminato, troviamo chana, un verbo che termina in .alif, probabilmente il risultato di un altro ampliamento della radice bilittera originaria, e che significa "piegarsi".
Una persona si piega davanti all'oggetto che brama, o alla persona che suscita in lei tenerezza, e questo spiegherebbe tutto, tanto più che la parola chunuw = simpatia viene ricondotta a questa radice e non alla precedente, che pure annovera il termine chanuwn = affettuoso.
La stessa cosa accade in ebraico: il verbo chanan significa "concedere", e a esso corrisponde l'aramaico chun (altro ampliamento della radice originaria — questi verbi vengono chiamati "concavi" e anch'essi fanno impazzire lo studente); il suo corrispondente hitpa'el, che è hitchannen, viene invece interpretato dal Maslow come "inchinarsi", "supplicare".
Oltre al qal e all'hitpa'el l'ebraico annovera di questo verbo il pi'el chinnen ("parlar gentilmente", "chieder pietà", "esaltare") e il suo passivo pu'al chunnan = essere compatito o perdonato.
L'arabo rende il significato di "impietosire" con channana, 2ª forma (corrispondente al pi'el ebraico) della prima radice di cui ho parlato.
Il significato fondamentale della radice sarebbe, a mio avviso, "piegarsi", e secondo il dizionario ebraico & aramaico Maslow, da esso deriva il termine chanut = negozio.
Già nella Mishnah, secondo questo dizionario, si può trovare il participio chanun nel senso di "bendato", e se la benda diventa una tenda (gioco di parole che mi auguro renda l'idea), noi ci ritroviamo catapultati indietro nel tempo in cui il "negozio" non era altro che la tenda di un mercante nomade, tenda che si piegava intorno alla mercanzia come la benda attorno all'arto.