Caro Direttore dell'Unità, molti anni fa lei era ammirato e amato da tutti coloro che si battevano per la verità, la giustizia, per Israele. Ricordo la gioia e la soddisfazione che tutti provavamo quando lei veniva intervistato e raccontava ai giornalisti italiani la verità sulla storia del conflitto israelo-palestinese. La sua autorità li zittiva, lei parlava dalla Columbia University, mica bazzeccole!

Era un grande, un italiano di cui tutti andavano fieri e di cui noi in particolare eravamo praticamente, con rispetto, innamorati. Ricordo il suo libro "PER ISRAELE", ancora nella mia biblioteca, copertina azzurra su fondo giallo e una grande e sventolante bandiera biancoazzurra. Un testo controcorrente, una appassionata difesa di Israele documentata da fatti, una prova di verità.

Importantissimi anche i tascabili tratti da questo suo libro e distribuiti da un settimanale. All'epoca ero presidente della Federazione Italia-Israele e ricordo che ne avevamo ordinati centinaia alla casa editrice da dare a tutti coloro che volevano conoscere i fatti: — Lo ha scritto Furio Colombo, leggetelo.

Furio Colombo: l'idolo degli amici di Israele. Poi dalla Stampa passò a La Repubblica e io le scrissi: — Signor Colombo, la prego, non ci volti le spalle. Sa, pur avendo fiducia in lei, temevo che l'influenza anti-israeliana di quel quotidiano la obbligasse in un certo senso a cambiare opinione. La pagnotta è la pagnotta per chiunque, no?

Io non leggevo e non leggo La Repubblica dal 1982, da quando titolò la prima pagina con un enorme EBREI=NAZISTI, dando il via a questa ignominiosa similitudine che ancora oggi è stampata a fuoco nella mente dell'opinione pubblica, ben alimentata dal pelo sullo stomaco di alcuni giornalistucoli e di politici degni di pulire i cessi di Montecitorio. Lei mi rispose e mi disse di non temere, mi scrisse che il suo amore per Israele sarà praticamente eterno, che niente potrà mai farle cambiare opinione. Io mi tranquillizzai.

Caspita, pensavo, Furio Colombo li conosce i fatti, non è mica un burattino qualsiasi, sarà una voce di verità nell'immensità delle menzogne di quel quotidiano! Poi la persi di vista, stavo facendo la mia aliyah e nei primissimi tempi della mia vita in Israele ero occupata a conoscere questo popolo meraviglioso e pieno di umanità e di coraggio. Sono arrivata in Israele in pieno processo di pace... beh, pace forse è una parola grossa.

Saltavano sempre gli autobus, in dieci giorni abbiamo avuto duecento civili israeliani esplosi. Tutti pensavamo ingenuamente: — Colpi di coda dei terroristi, non sarà più così. Arafat ha firmato! Intanto seppellivamo i nostri morti e piangevamo con speranza come avevamo pianto di speranza il giorno famoso in cui ci fu la firma palestinese a Washington. Non pensavamo, non potevamo immaginare che anche quella firma fosse falsa come tutto quello che quel dittatore ha fatto nella vita.

Poi, lentamente, la realtà incominciò a farsi strada. Alla TV israeliana vedevamo Arafat che in arabo urlava contro la pace, diceva che era solo una scusa per arrivare a Ashdod, a Haifa, per prendersi tutta la Palestina e, diceva: — Loro (gli israeliani) andranno a bere il mare di Gaza. Rideva, il raìs, e la folla lo acclamava. Poi lo vedevamo parlare in inglese al mondo con un sorriso angelico, per quanto possa essere angelico il sorriso di un mostro.

Il mondo tifava per lui, come sempre, tutti gli credevano. Anche il mondo occidentale lo acclamava. Noi dicevamo "attenzione, in arabo dice altre cose" e loro ci rispondevano: — Siete i soliti guerrafondai, siete voi che non la volete la pace, vergognatevi.

A noi restavano gli attacchi di fegato per la rabbia impotente e la nostra povera speranza, vecchia ormai mezzo secolo. Durò fino al 2000 quando il mostro, sempre acclamato dai suoi palestinesi e dai suoi occidentali, ha incominciato la guerra lasciando noi israeliani letteralmente senza fiato. Ma come? Non dovevamo fare la pace? Non gli avevamo offerto praticamente tutto, compresa Gerusalemme? Ma come?

Intanto lei, signor Colombo, era passato all'Unità. Ricordo ancora la email attonita che scrissi agli amici in Italia: — Furio Colombo all'Unità? Ma il "nostro" Furio Colombo?

Sì, fu la laconica risposta, proprio il "nostro" Furio Colombo. E così è incominciata la triste lettura degli articoli dei "suoi" giornalisti, articoli rigorosamente anti-israeliani, spudoratamente bugiardi, vergognosamente tolleranti nei confronti di quelli, quei mostri degni del loro dittatore, che vengono in Israele per ammazzare noi e i nostri figli.

E oggi, dopo lo scempio di Gaza con i cadaveri dei nostri soldati violati e usati come trofei, leggo sul suo giornale un articolo molto dettagliato che evita ancora una volta accuratamente di parlare di terroristi. Miliziani, guerriglieri, membri di... non sapete più quali sostantivi inventare pur di non scrivere l'unica parola che definisce costoro: TERRORISTI.

Signor Colombo, Direttore dell'Unità, lei non solo ha deluso parecchia gente, lei non ha fatto un semplice cambio di rotta, lei ha fatto proprio un triplo salto mortale dalla verità e dalla democrazia nel buio della barbarie.

Mi dispiace per lei. Un addolorato saluto.

Deborah Fait
ISRAELE