Un artista ebreo fonde nei suoi brani musicali generi diversi, dal palco lancia messaggi di profonda religiosità: hip hop, reggae e Torah.
Nato a New York da una famiglia ortodossa, Matthew Miller è considerato il fondatore di un nuovo genere: l'Hasidic Reggae.
ROMA - Ha 25 anni e veste come un ebreo ortodosso, anche perché lo è. La sua musica piace a New York come a Parigi e a Gerusalemme: parte dal reggae ma mescola gli inni ebraici nello stile del rabbino americano Shlomo Carlebach, e trae spunti anche dall'hip-hop. Tanto per classificarlo, i critici musicali americani dicono che il genere di Matisyahu è un "Hasidic Reggae", un reggae cassidico. Ortodossia ebraica, musica giamaicana e ritmi hip hop: un mix originale che ha fatto di Matisyahu, al secolo Matthew Miller, una star.
Un artista che parla di pace senza lanciare messaggi politici, che parla di Dio senza nessun pudore a platee di giovani come lui, com'era lui a 14 anni, tanto ribelle da rischiare di essere espulso dalla scuola ebraica di White Plains, a New York. Tanto serio nel suo essere un ebreo ortodosso da non suonare mai il venerdì notte e da non mangiare mai cibi proibiti neanche in tournée, come assicura il suo manager Aaron Bisman: "Rifiuta anche di suonare con certi artisti". Ma ciò non toglie che Matisyahu piaccia a una platea veramente variegata, come età e come stile di vita: "Siamo inondati di e-mail", confessa Bisman in un'intervista al Boston Globe, "di gente che dice: 'Non è il mio genere ma si rivolge davvero a me', oppure 'Non è sulla mia lunghezza d'onda ma ha un messaggio interessante'. È raro trovare musica che abbia anche un significato così profondamente religioso".
Che poi questo messaggio passi attraverso l'hip hop e il sound reggae, attraverso la musica dei ghetti e quella degli schiavi giamaicani strappati alla loro terra, è in fondo un caso, una felice coincidenza, spiega Matisyahu in una lunga intervista al network radiofonico USA PRX (Public Radio Exchange). "A un certo punto ho cominciato a coniugare il mio essere ebreo con la musica reggae", dice l'artista, assicurando che il sound del reggae è riuscito anche a conquistare i suoi genitori.
Prima, però, a fare di Matthew Miller "Matisyahu" è stata la scoperta delle radici ebraiche: "È difficile essere ebrei", racconta l'artista, "e invece andare alle proprie radici, alla propria identità, rende più forti. È importante sapere da dove si viene, chi si è e dove si sta andando".
Il che spiega la commistione tra inni ebraici, reggae e hip-hop, nulla di strano tutto sommato per un artista ebreo: la musica ebraica assomma tanti generi, tanti quante le comunità ebraiche. È figlia della diaspora, ha in sé tradizioni antichissime ma assorbe anche la cultura del luogo e dell'epoca in cui nasce. E quindi, anche se non veste pantaloni larghi e non ha il cappellino da rapper, Matisyahu è stato accettato dagli MC newyorkesi.
Del resto il genere hip-hop è frequentato anche da altri artisti ebrei, molti dei quali vivono in Israele. Subliminal, per esempio, è uno dei più noti: il suo messaggio è molto duro, rappresenta un po' la "destra" del rap ebraico. Qualcosa di molto diverso da Matisyahu, la cui originalità e la cui ricchezza stanno proprio nella religiosità del suo messaggio.
Matisyahu non ignora i problemi della causa ebraica e israeliana (è stato in Israele per diversi anni, e questo ha contribuito al suo "risveglio" religioso, a farlo sentire ebreo, identità che da giovanissimo non accettava) ma piuttosto che lanciare messaggi politici preferisce rielaborare i versetti della Torah. "Il punto è andare in un posto nel quale non c'è alcun segno di spiritualità", ha spiegato recentemente Matisyahu in un'intervista al New York Times, "e portare questo tipo di messaggio. Usare la musica stessa proprio per eliminare alcuni degli aspetti negativi che ad essa si accompagnano, come droga e promiscuità".
"La musica è neutrale", dice ancora l'artista, "può essere usata per scopi religiosi, o in modo negativo. Può unire la gente. Può mettere insieme ebrei ed arabi".
Articolo di Rosaria Amato [Repubblica - 2005]