Sussidi per una corretta presentazione degli Ebrei e dell'Ebraismo nella predicazione e nella catechesi della Chiesa Cattolica
Commissione per i rapporti religiosi con l'Ebraismo, 24 giugno 1986
Disponibile nella sua interezza in: http://www.nostreradici.it/sussidi.htm
Vorrei riportare qui questo estratto (parti 3 e 4):
III - Radici ebraiche del Cristianesimo
12. Gesù è ebreo e lo è per sempre; il suo ministero si è volontariamente limitato "alle pecore perdute della casa d'Israele" (Mt 15,24). Gesù è pienamente un uomo del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese del I secolo, di cui ha condiviso gioie e speranze. Ciò sottolinea, come ci è stato rivelato nella Bibbia (cf. Rm 2,3-4; Gal 4,4-5), sia la realtà dell'incarnazione che il significato stesso della storia della salvezza.
L'incarnazione di Gesù
13. Le relazioni di Gesù con la legge biblica e con le sue interpretazioni più o meno tradizionali sono indubbiamente complesse ed egli ha dimostrato al riguardo una grande libertà (cf. le "antitesi" del discorso della montagna, in Mt 5,21-48, tenendo conto delle difficoltà esegetiche; l'atteggiamento di Gesù di fronte all'osservanza rigorosa del sabato: Mc 3,1-6, ecc.).
Non vi è alcun dubbio, tuttavia, che Egli voglia sottomettersi alla Legge (cf. Gal 4,4), che sia stato circonciso e presentato al Tempio, come qualunque altro ebreo del suo tempo (cf. Lc 2,21.22-24) e che sia stato formato all'osservanza della legge. Egli ha raccomandato il rispetto della legge (cf. Mt 5,17-20) e l'obbedienza ad essa (cf. Mt 8,4). Il ritmo della sua vita è scandito, fin dall'infanzia, dai pellegrinaggi in occasione delle grandi feste (cf. Lc 2,41-52; Gv 2,13; 5,1; 4,2.10-37; 10,22; 12,1; 13,1; 18,28; 19,24 ecc.).
14. Si deve anche notare che Gesù insegna spesso nelle sinagoghe (cf. Mt 4,23; 9,35; Lc 4,15-18; Gv 18,20 ecc.) e nel Tempio (cf. Gv 18,20 ecc.), che egli frequentava, come lo facevano i suoi discepoli, anche dopo la Resurrezione (cf. per es. At 2,46; 3,1; 21,26 ecc.). Egli ha voluto insegnare nel contesto del culto della sinagoga l'annuncio della sua messianità (cf. Lc 4,16-21). Ma soprattutto ha voluto realizzare l'atto supremo del dono di sé nel quadro della liturgia domestica della Pasqua, o almeno nel quadro della festività pasquale (cf. Mc 14,1.12 e paralleli; Gv 18,28). E ciò permette di comprendere meglio il carattere di "memoriale" dell'Eucarestia.
15. Così il Figlio di Dio si è incarnato in un popolo e in una famiglia umana (cf. Gal 4,4; Rm 9,5). Ciò che per nulla sminuisce, anzi al contrario, il fatto che egli sia nato per tutti gli uomini (attorno alla sua culla si raccolgono pastori ebrei e magi pagani: Lc 2,8-20; Mt 2,1-12), e che sia morto per tutti (ai piedi della croce, si ritrovano ancora degli ebrei, tra i quali Maria e Giovanni: Gv 19,25-27 e dei pagani come il centurione: Mc 15,39 e paralleli). Egli ha fatto così, nella sua carne, di due popoli un popolo solo (cf. Ef 2,14-17). Il che spiega anche la presenza in Palestina ed altrove, accanto alla "Ecclesia ex gentibus", di una "Ecclesia ex circumcisione" di cui parla, ad esempio, Eusebio (H.E., IV, 5).
Gesù e i Farisei
16. I suoi rapporti con i farisei non furono né del tutto né sempre polemici, come illustrano numerosi esempi, tra i quali i seguenti:
Sono dei farisei che avvertono Gesù del pericolo che corre (Lc 13,31).
Alcuni farisei vengono lodati come lo "scriba" di Mc 12,34.
Gesù mangia assieme ai farisei (Lc 7,36; 14,1).
17. Gesù condivide con la maggioranza degli ebrei palestinesi di quel tempo alcune dottrine farisaiche: la resurrezione dei corpi; le forme di pietà: elemosina, preghiera, digiuno (cf. Mt 6,1-18), e l'abitudine liturgica di rivolgersi a Dio come Padre, la priorità del comandamento dell'amore di Dio e del prossimo (cf. Mc 12,28-34). Lo stesso si può dire di Paolo (cf. per es. At 23,8), il quale ha sempre considerato un titolo d'onore la sua appartenenza al gruppo farisaico (cf. ibid. 23,6; 26,5; Fil 3,5).
18. Anche Paolo, come del resto Gesù stesso, ha adoperato metodi di lettura e di interpretazione della Scrittura e metodi di insegnamento ai discepoli che erano comuni ai farisei del loro tempo. Il che si incontra ad esempio nell'uso delle parabole nel ministero di Gesù, o nel metodo seguito da Gesù e da Paolo, quello cioè di valersi di una citazione biblica per dare fondamento ad una loro conclusione.
19. Si deve anche notare che i farisei non sono menzionati nei racconti della Passione. Gamaliele (cf. At 5,34-39) difende gli Apostoli in una riunione del Sinedrio. Una presentazione solo negativa dei farisei corre il rischio di essere inesatta e ingiusta (cf. Orientamenti e Suggerimenti, nota 1; AAS l.c., p. 76). Sebbene si riscontrino nei Vangeli e in altre parti del Nuovo Testamento ogni sorta di riferimenti a loro sfavorevoli, essi debbono essere colti nello sfondo di un movimento complesso e diversificato. Le critiche mosse a vari tipi di farisei non mancano d'altra parte nelle fonti rabbiniche (cf. Talmud di Babilonia, Trattato Sotà 22b ecc.). Il "fariseismo", nel senso peggiorativo del termine, può imperversare in ogni religione. Si può anche sottolineare che la severità mostrata da Gesù nei confronti dei farisei deriva dal fatto che Egli è più vicino a loro di quanto non lo sia ad altri gruppi ebraici a lui contemporanei (cf. supra n. 7).
20. Tutto questo dovrebbe aiutare a comprendere meglio l'affermazione di San Paolo (Rm 11,16 ss.) su "la radice" e "i rami". La Chiesa e il cristianesimo, in tutta la loro novità, hanno origine nell'ambiente ebraico del primo secolo della nostra era e, ancora più profondamente, nel "disegno di Dio" (Nostra Aetate, n. 4), realizzato nei Patriarchi, in Mosè e nei Profeti (ibid.), fino alla consumazione in Cristo Gesù.
IV - Gli Ebrei nel Nuovo Testamento
21. Gli Orientamenti e Suggerimenti affermavano già (nota 1) che: "la formula 'gli ebrei' nel Vangelo di San Giovanni designa a volte, e secondo il contesto, i capi degli ebrei e gli avversari di Gesù, espressioni queste che meglio esprimono il pensiero dell'Evangelista ed evitano di sembrare di mettere in causa il popolo ebreo come tale".
Dati da prendere in considerazione
Una presentazione obiettiva del ruolo del popolo ebraico nel Nuovo Testamento deve tener conto di questi diversi dati concreti:
A) I Vangeli sono il frutto di un lavoro redazionale lungo e complesso. La costituzione dogmatica Dei Verbum, a seguito dell'Istruzione Sancta Mater Ecclesia, della Pontificia Commissione Biblica, vi distingue tre tappe: "Gli autori sacri hanno composto i quattro Vangeli scegliendo alcune parti tra molte di quelle che la parola o già la scrittura avevano trasmesso, facendone entrare alcune in una sintesi o esponendole tenendo conto della situazione della Chiesa, curando infine la forma di una proclamazione, allo scopo di poterci così sempre comunicare cose vere ed autentiche su Gesù" (n. 19). Non è quindi escluso che alcuni riferimenti ostili o poco favorevoli agli ebrei abbiano come contesto storico i conflitti tra Chiesa nascente e la comunità ebraica. Alcune polemiche riflettono le condizioni nei rapporti tra ebrei e cristiani che, cronologicamente, sono molto posteriori a Gesù. Questa constatazione resta fondamentale se si vuole cogliere per i cristiani di oggi il senso di alcuni testi dei Vangeli. È necessario tener conto di tutto questo nella preparazione della catechesi e delle omelie per tutte le settimane di Quaresima e per la Settimana Santa (cf. gli Orientamenti e Suggerimenti II e ora anche: Sussidi per l'Ecumenismo della diocesi di Roma, 1982, 144 b).
B) È chiaro d'altra parte che, sin dall'inizio del suo ministero, vi siano stati conflitti tra Gesù ed alcune categorie di ebrei del suo tempo, tra i quali anche i farisei (cf. Mc 2,1-11.24; 3,6 ecc.).
C) Vi è inoltre il fatto doloroso che la maggioranza del popolo ebraico e le sue autorità non hanno creduto in Gesù, un fatto che non è soltanto storico, ma che ha una portata teologica di cui S. Paolo si sforza di porre in evidenza il senso (Rm 9-11).
D) Questo fatto, che si è andato accentuando con lo svilupparsi della missione cristiana, soprattutto tra i pagani, ha condotto ad una inevitabile rottura tra l'Ebraismo e la giovane Chiesa, ormai irriducibilmente separati e divergenti al livello stesso della fede; questa situazione si riflette nella redazione dei testi del Nuovo Testamento, in particolare dei Vangeli. Non è il caso di sminuire o dissimulare tale rottura, perché si nuocerebbe così facendo all'identità degli uni e degli altri. Tuttavia essa non cancella minimamente quel "legame" spirituale di cui parla il Concilio (Nostra Aetate, n. 4) e di cui questo studio vuole elaborare alcune dimensioni.
E) Riflettendo su questo fatto, alla luce della Scrittura e in particolare dei capitoli citati dell'Epistola ai Romani, i cristiani non debbono mai dimenticare che la fede è un dono libero di Dio (cf. Rm 9,12) e che la coscienza degli altri non deve essere giudicata. L'esortazione di S. Paolo a non "gloriarsi" (Rm 11,18) della "radice" (ibid.), assume in questo contesto tutto il suo rilievo.
F) Non si possono mettere sullo stesso piano gli ebrei che hanno conosciuto Gesù e non hanno creduto in lui, o che si sono opposti alla predicazione degli Apostoli, e gli ebrei delle epoche successive o gli ebrei del nostro tempo. Se la responsabilità dei primi nel loro atteggiamento verso Gesù resta un mistero di Dio (cf. Rm 11,25), i secondi si trovano in una situazione ben diversa. Il Concilio Vaticano Secondo (Dichiarazione Dignitatis Humanae, sulla libertà religiosa), insegna che "tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione. In modo tale che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, ad agire in conformità ad essa" (n. 2). Questa è una delle basi su cui poggia il dialogo ebraico-cristiano promosso dal Concilio.
Responsabilità per la morte di Gesù
22. La delicata questione della responsabilità della morte di Cristo deve essere vista nell'ottica della dichiarazione conciliare Nostra Aetate n. 4 e degli Orientamenti e Suggerimenti n. III. "Quanto è stato commesso durante la sua Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo", sebbene "autorità ebraiche con i propri seguaci si siano adoperate per la morte di Cristo". E più avanti: "Il Cristo, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla passione e alla morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza" (Nostra Aetate n. 4). Il catechismo del Concilio di Trento insegna inoltre che i cristiani peccatori sono più colpevoli della morte del Cristo, rispetto ad alcuni ebrei che vi presero parte: questi ultimi, infatti, "non sapevano quello che facevano" (Lc 23,34), mentre noi lo sappiamo sin troppo bene (Pars I, caput V, Quest. XI). Nella stessa linea e per la medesima ragione "gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura" (Nostra Aetate, n. 4), anche se è vero che "la Chiesa è il nuovo popolo di Dio" (ibid.).