Articolo del Presidente UGEI Tobia Zevi sull'Unità del 12 maggio 2005, preceduto da una premessa di Michael Sorani sugli allarmanti episodi di antisemitismo e intolleranza verificatisi presso l'Ateneo torinese.

Premessa (a cura di Michael Sorani, Vicepresidente UGEI)

Riassumiamo brevemente i fatti. Come molti di voi probabilmente sanno, visto che l'argomento è stato affrontato da molte e autorevoli testate giornalistiche, nei giorni scorsi all'Università di Torino si sono verificati alcuni gravi episodi.

Prima, analogamente a quanto avvenuto nei mesi scorsi a Pisa e a Firenze, c'è stata una durissima contestazione da parte di un gruppo di autonomi al rappresentante dell'Ambasciata israeliana e alla professoressa Santus, colpevole di averlo invitato a parlare durante una propria lezione. Poi un ragazzo israeliano, che studia a Torino, colpito dalla gravità dell'episodio, ha deciso di rendere pubblica una cosa che lo turbava da tempo ed è intervenuto su Maariv, dichiarando che alcuni suoi amici studenti ebrei italiani hanno paura a rivelare la propria identità perché temono episodi di antisemitismo; i giornalisti ne hanno naturalmente approfittato per montare un caso, spingendosi per lo più a conclusioni estreme.

Tuttavia è importante non sottovalutare i numerosi segnali allarmanti che ci giungono. Se non fosse purtroppo una delle tante, desterebbe molta preoccupazione la manifestazione che, mercoledì scorso, gli stessi autonomi di cui sopra — membri di un sedicente comitato contro il "muro dell'apartheid" (o qualcosa di simile) — hanno inscenato nella loro università. Si raccoglievano firme per impedire l'ingresso nell'ateneo di qualunque rappresentante di Israele e si faceva ricorso a slogan di palese matrice antisemita. Ovunque cartelli con questa semplice equazione: svastica = Y = $.

I manifestanti si sono difesi precisando di essere antisionisti, e non antisemiti. Ma, premesso che il confine fra i due termini è piuttosto vago e che definirsi antisionisti equivale a dirsi contro l'esistenza stessa dello Stato di Israele, un conto è fare una critica, anche aspra, a un Governo e confrontarsi pacificamente, un conto è negare alla controparte il diritto di parola e fare ricorso a un mucchio di pregiudizi, ignorando il più delle volte la reale situazione.

L'Unione Giovani Ebrei d'Italia è intervenuta sull'argomento, prima con un comunicato stampa e poi con un articolo del Presidente Tobia Zevi sull'Unità del 12 maggio. Siccome l'argomento è molto delicato e siccome sarebbe interessante dibatterne anche all'interno dell'UGEI, riportiamo di seguito tale articolo a beneficio di quanti non avessero avuto modo di leggerlo. Inoltre sul Consiglio Esecutivo dell'UGEI incombe il delicato compito di rappresentare tutti i giovani ebrei d'Italia. Quindi, se qualcuno dissentisse dalla posizione da noi assunta sulla questione, ci farebbe piacere saperlo. A tal fine vi invitiamo a discuterne sul forum del sito ufficiale.


Da "L'Unità" — 12 maggio 2005

I recenti fatti di Torino, con la professoressa Daniela Ruth Santus cui è stato impedito di svolgere regolarmente la sua lezione, sono stati al centro della cronaca per un paio di giorni. I responsabili dell'ebraismo italiano, al pari di molte autorità politiche e di molti organi di stampa, hanno fortemente condannato l'accaduto. Anche noi, giovani ebrei, lo facciamo.

Siamo impressionati non solo dalla gravità del fatto, che si ripete ormai per la terza o quarta volta, ma anche dalla sensazione di paura e sgomento che emerge dalle parole della professoressa e di alcuni studenti intervistati sui fatti. Si devono fare a questo punto due tipi di operazione: analizzare e rimuovere le cause che hanno potuto condurre a una situazione simile, e cercare di trovare, se non dei rimedi, almeno delle costruttive ipotesi di azione.

Quanto al primo punto di vista la questione è ampiamente nota, ma talvolta giova ripetersi: è inaccettabile e singolare che proprio nel contesto accademico debbano verificarsi episodi di questo genere; in un ambiente nel quale la serietà scientifica dovrebbe impedire l'affermazione di slogan di rara rozzezza politica; in una società intellettuale che dovrebbe creare modelli di comportamento anziché esempi di intolleranza.

Nessuno sostiene che la politica israeliana non possa essere contestata, anche in maniera assai aspra, ma a condizione che due punti siano tenuti fermi: non si può mettere in discussione l'esistenza dello Stato d'Israele, e si deve ribadire il fatto che, con tutte le sue possibili imperfezioni, la democrazia israeliana è l'unica dell'area, possibile modello di sviluppo liberale per altri paesi della zona. Ciò naturalmente a patto che si mantenga sempre presente la distinzione, troppo spesso ignorata, tra Israele ed ebraismo.

È però a partire dal nostro possibile contributo che vorrei provare a tracciare un'ipotetica, seppur complessa, prospettiva di azione: propongo agli studenti torinesi (ma non solo) legati ad associazioni filopalestinesi, a chi ha impedito di parlare al viceambasciatore israeliano, di incontrarci e confrontarci su un tema che, evidentemente, ha ancora enorme bisogno di essere studiato: la questione mediorientale.

Incontrandoci dunque, giovani ebrei e studenti filopalestinesi, e riuscendo veramente a parlare, proporremmo un modello d'azione dal duplice significato: ribadiremmo il ruolo prima di tutto culturale dell'università, evitando manifestazioni d'odio e di inciviltà che sono prima di tutto figlie dell'ignoranza; potremmo inoltre liberare la politica universitaria dalle piccolissime enclaves in cui si muove ora, facili preda di estremismi di varia natura, per sviluppare un confronto che sia anche più interessante per tutti.

So bene che da entrambe le parti vi sarà un'opposizione interna che, anche con delle ragioni, si opporrà a questa idea. Per noi ebrei certamente non è facile discutere con chi ha augurato alla professoressa Santus di "saltare in aria su un autobus"; ma è una sfida, e credo che ne valga la pena.

Tobia Zevi
Presidente dell'Unione Giovani Ebrei d'Italia