Perché Israele ha accettato di ricevere Gianfranco Fini? Quali gesti concreti hanno segnato il taglio dei ponti con il passato fascista e le leggi razziali? Attraverso un graffiante editoriale di Massimo Gramellini, ripercorriamo le tappe di questa storica metamorfosi politica.
Per comprendere il viaggio di Fini, bisogna guardare agli ultimi dieci anni di Alleanza Nazionale. Non è stato solo un cambio di nome (la svolta di Fiuggi), ma un processo metodico per ridurre quel passato ingombrante alle dimensioni di un "accendino" simbolico.
Fini ha dovuto compiere gesti che per decenni erano stati impensabili per la destra italiana:
- La condanna senza appello delle leggi razziali del 1938.
- Le visite ai campi di sterminio a capo chino.
- L'abbandono dell'arabismo di stampo andreottiano in favore di un sostegno convinto alle ragioni di Israele.
Massimo Gramellini sottolinea con ironia la pazienza di Fini: "C’era sempre qualcuno che diceva: ci siamo quasi, però non ancora". Fino alla vigilia della partenza, quando il caso del deputato Antonio Serena e la sua celebrazione di Erich Priebke (responsabile dell'eccidio delle Ardeatine) rischiò di far saltare tutto. Fini reagì con l'espulsione immediata del parlamentare, confermando la volontà di non concedere alcuno spazio alle nostalgie neonaziste.
Il viaggio a Gerusalemme del 2003, culminato con la definizione del fascismo come "male assoluto", ha rappresentato il punto di non ritorno, trasformando un leader "post-fascista" in un interlocutore credibile per la diplomazia israeliana e internazionale.
(Massimo Gramellini - La Stampa del 20.11.03, trascritto da Cesare Simonetti)