Conversazione di un ebreo laico sulla propria identità
di Mario Zanchini (Treviso, 15 febbraio 2002)

Capitolo 1: Premesse

Amare la Torah più di D-o stesso è il paradosso della religiosità e della cultura giudaica ed è, al contempo, la ragione più profonda della sopravvivenza del mondo ebraico. Scrive Emmanuel Lévinas: "Il rapporto tra Dio e l'uomo non è comunanza di sentimenti d'amore per un Dio incarnato, ma relazione tra spiriti: l'intermediario è un insegnamento, la Torah. È proprio una parola, non incarnata, che garantisce la presenza di un Dio vivente in mezzo a noi".

La centralità del Libro costituisce la radice profonda dell'ebraismo. Ma come è possibile amare la Torah più di D-o? La risposta risiede nell'ineffabilità di D-o. Il popolo del monoteismo attribuisce alla parola divina la creazione, ma si nega la possibilità di nominarlo o rappresentarlo (Esodo 20, 7). Qualunque indagine ontologica cadrebbe nell'idolatria, il più grave dei peccati, che precipiterebbe Israele nuovamente nella schiavitù.

L'episodio del Vitello d'Oro (Esodo 32) è la condanna radicale di ogni tentativo di dare un volto a D-o. D-o è verbo, soffio, parola che non si incarna ma diventa Legge e memoria per un popolo dalla "dura cervice".

Capitolo 2: L'identità ebraica

Chi sono gli ebrei? È più facile dire cosa non sono. Non sono necessariamente israeliani, né solo seguaci religiosi, né puramente "semiti". Storicamente, sono stati i razzisti a voler stabilire criteri biologici (Manifesto della Razza, 1938). Come disse Hermann Göring con cinismo: "Chi è ebreo lo decido io".

Tuttavia, l'identità è un problema di coscienza interiore. Jean-Paul Sartre sosteneva che "l'ebreo è un uomo che gli altri uomini considerano ebreo", ma questa analisi dimentica l'importanza della cultura e della Torah. Nello Rosselli (1924) rivendicava un ebraismo laico, fatto di coscienza monoteistica e responsabilità personale, pur senza praticare il culto.

In "Yossl Rakover si rivolge a Dio" di Zvi Kolitz, il protagonista afferma: "Io lo amo, ma amo di più la sua Legge... Dio significa religione, ma la sua Legge rappresenta un modello di vita".

Capitolo 3: Laicismo e il "Silenzio di Dio"

La fede laica non è in antagonismo con la religiosità. Per Sigmund Freud, la sostituzione dei motivi religiosi con quelli laici è un processo necessario alla civiltà. Di fronte all'orrore della Shoah, molti hanno scelto l'ateismo. Ma Lévinas risponde: "Un Dio per adulti si manifesta attraverso il vuoto del cielo infantile". La vera umanità entra nel mondo attraverso le parole severe di un D-o esigente che si concreta non mediante l'incarnazione, ma attraverso la Legge.

Il DNA spirituale dell'ebreo non è biologico, ma affettivo e culturale: è la madre che trasmette il senso della sacralità, della memoria e della giustizia. D-o non parla più, ma ha lasciato la Sua Parola scritta dal "dito di D-o" sulle Tavole dell'Alleanza.

Capitolo 4: Centralità della Torah

Un giovane vorrebbe convertirsi e chiede a un rabbino come sia fatto l'aldilà degli ebrei. Il rabbino lo conduce presso un acquitrino squallido dove ebrei cenciosi studiano febbrilmente la Torah su fatiscenti palafitte. Il giovane, deluso, esclama: "Ma questo sarebbe il Paradiso?". E il rabbino risponde: "Non hai capito: non sono gli ebrei ad essere nel Paradiso, è il Paradiso (lo studio della Torah) ad essere negli ebrei".