Plumbeo il cielo immoto nel dolore.

Attraverso i campi, ove ora alberi svettano muti, emerge appena il sentiero. Birkenau, in fondo ecco ciò che resta di milioni di lamenti. Il gruppetto avanza silenzioso, a testa china, ognuno si sente in colpa. In fondo, la fornace che vomitava fumo e fiamme infernali si fa sempre più grande.

Noi attraversiamo la memoria, ed entriamo nella zona di tutti e di nessuno. Il silenzio è tale che avverti il battito, forte, accelerato del tuo cuore. L'erba immota copre la terra. In un angolo del sentiero, oltre la svolta, Hashem, seduto, piange. È un piccolo Giobbe, ma non ha chi lo incalzi. Qui, ogni cosa è stata invertita, prima d'ora non conoscevo le lacrime di Elhokim.

Noi proseguiamo, fino alla soglia del tempo e della morte. Guardo a destra e a sinistra: volti di rabbi con occhi sognanti, madri disperate e inebetite, uomini senza più volto. Dai ghetti d'Occidente, dagli sperduti shtetl d'Oriente, dalle città dell'Europa la schiera degli assimilati avanza. Ognuno mi attraversa, tutti mi passano dentro, lasciano nel mio cuore la loro ultima parola, mi consegnano il loro grido sconnesso, il loro silenzio ingoiato a forza di pugni e la loro dignità umiliata. Hashem li ha abbandonati: perché?
E loro vanno senza sapere più perché.
L'ascensore di fumo e fuoco li attende. Il mio stomaco è diventato come la pietra, ho i brividi in tutto il corpo; la rugiada mi scivola dagli occhi e scorre sul mio volto di sasso. Non riesco ancora a sciogliere questo nodo alla gola. Eppure anche noi abbiamo camminato, in loro e con loro, prima e dopo di loro. Ai resti dei forni, taccio muto.

Nel verde del prato sono una lapide di marmo nero tra le altre, la mia mano meccanicamente posa un sasso piccolo e bianco sulla lapide che mi sta di fronte. Il cielo è ancora plumbeo qui; ma, all'orizzonte, cielo e terra non si toccano più.