Il problema che abbiamo davanti è come l'ebraismo possa essere conservato meglio oggi e domani. Questa sera vorrei proporre l'idea che l'ebraismo progressive sia la risposta necessaria alle sfide del mondo post-medioevale, trattando il tema con il rispetto e la serietà che merita.
Buona sera e grazie per essere venuti a questo incontro.
È un grande piacere per me essere qui; sono inglese di nascita, di istruzione e di educazione e ne sono orgoglioso, ma ho sempre considerato l'Italia spiritualmente la mia casa. Considero un grande complimento che la gente talvolta mi prenda per un italiano: sarà il mio magnifico naso romano.
Questa sera vorrei sottoporvi l'idea che l'ebraismo progressive sia l'ebraismo per l'oggi. Questo, inevitabilmente, implicherà alcune critiche dell'ebraismo ortodosso. Lasciatemi quindi assicurare subito agli ebrei ortodossi che fossero eventualmente presenti qui: nel caso che io dica qualcosa che possa sembrare non imparziale verso il vostro punto di vista, sarete i benvenuti se vorrete dire la vostra nella discussione che seguirà. L'unica richiesta che faccio è che ci trattiamo l'un l'altro con reciproco rispetto e che trattiamo l'argomento con la serietà che merita. Perché è un argomento serio. Il problema che abbiamo davanti è come l'ebraismo possa meglio essere conservato, oggi come domani.
Questo richiede che non si brandiscano slogan e che non si cerchi di vincere una partita dove vi sono punti controversi; richiede invece quel tipo di discussione che aveva luogo fra le scuole di Hillel e di Shammai, che era condotta con cortesia e benevolenza reciproca, e che era indotta da un solo motivo: un tentativo onesto di interpretare la volontà di D-o. È di una discussione siffatta che i rabbini dissero Kol machloket she-hi l'shem shamayim sofah l'hitkayem – ogni controversia che avviene per amore del cielo avrà risultati duraturi.
Cosa vuol dire conservare l'ebraismo? Non può voler dire conservare tutto quel che è stato insegnato in passato nel nome dell'ebraismo, perché questo comprenderebbe una lunga serie di contraddizioni e di anacronismi. L'ebraismo non è un pezzo da museo, il cui valore dipende dall'essere conservato esattamente come era all'inizio. Deve essere paragonato, piuttosto, a un organismo vivente che va incontro a cambiamenti continui pur mantenendo la propria identità. È come un albero che lascia cadere rami e foglie e ne fa crescere dei nuovi, restando pur sempre lo stesso albero. E, come una specie biologica, se non si adatta ai cambiamenti del suo ambiente, molto probabilmente si estingue.
Continuità e cambiamento: entrambi sono condizioni indispensabili alla sopravvivenza, tanto culturalmente quanto in natura. Quando parliamo di perpetuare l'ebraismo, quindi, non ci riferiamo ai suoi rivestimenti esterni quanto alla sua identità ed alla sua essenza, che continuano nel tempo.
Come definiamo allora l'essenza dell'ebraismo? Questa sì che è una domanda! Per rispondere bene occorrerebbero molte conferenze. Per i nostri scopi dovranno bastare alcune poche generalizzazioni.
L'ebraismo è sia un modo di pensare che un modo di vivere. Come modo di pensare afferma che l'universo è un tutto ordinato, che deve il fatto di esistere e di funzionare ad un solo creatore. Questo creatore – D-o – è altro dall'universo che ha creato. Egli non è soggetto alle limitazioni di spazio e di tempo, e non deve essere identificato con l'universo o con una parte di questo; egli è davvero grande oltre i limiti ai quali possa mai arrivare l'intelletto umano.
Noi possiamo, tuttavia, avvicinarci un poco a comprenderlo. Possiamo riconoscere qualcosa del potere e della sapienza di D-o nell'ordine della natura; possiamo afferrare qualcosa della volontà e dello scopo di D-o nei processi dell'evoluzione e della storia; possiamo sperimentare un poco della sua presenza nella preghiera e nella meditazione.
La conoscenza di D-o aumentò gradualmente, e in modo particolare in un piccolo popolo del Vicino Oriente; all'inizio furono chiamati ebrei, poi israeliti ed infine giudei. Sotto la guida ispirata dei suoi profeti questo popolo ebbe altre quattro percezioni, oltre a quelle già menzionate. Primo, che il creatore-D-o è innanzi tutto un D-o etico, che chiede ai suoi adoratori che pratichino la giustizia. Secondo, che l'uomo è capace di rispondere a questa richiesta: l'uomo, creato ad immagine di D-o, è infatti un essere morale; malgrado tutte le apparenze del contrario, è fondamentalmente disposto al bene. Terzo, che la storia ha uno scopo: punta ad un'era che chiamiamo l'era messianica, quando tutti gli uomini obbediranno alla volontà di D-o e vivranno insieme con giustizia, armonia e pace. Quarto, che in questo processo il popolo ebraico ha un compito particolare da adempiere: quello di essere testimoni di D-o. È a questo scopo che sono stati liberati dalla schiavitù d'Egitto; è a questo scopo che hanno ricevuto il loro mandato al Monte Sinai; è a questo scopo che sono sopravvissuti a tutte le ostilità e le persecuzioni a cui sono andati incontro.
Questo per quanto riguarda l'ebraismo come modo di pensare. È anche un modo di vivere, perché per adempiere a questo compito storico viene richiesto al popolo ebraico di osservare una particolare disciplina. Questa è in primo luogo una disciplina etica: lo scopo è di dimostrare cosa significa amare il prossimo come se stesso, e di lavorare per la libertà, la fratellanza e la pace sociale. Ma è anche una disciplina intellettuale, che richiede lo studio costante della Bibbia e della sua interpretazione nella letteratura ebraica successiva. Ed è, finalmente, una disciplina di devozione, il cui scopo è di promuovere una consapevolezza quotidiana del divino attraverso la preghiera ed il culto ed attraverso la pratica delle cerimonie religiose, soprattutto di quelle associate allo Shabbat ed alle feste.
Queste, riassunte in breve, sono le caratteristiche essenziali dell'ebraismo. Sono tutte radicate nella Bibbia ebraica. Ma sono, diciamo, solo i materiali grezzi: da questi è possibile costruire sistemi religiosi diversi. Il sistema particolare che ha dominato l'ebraismo per gli ultimi 2.000 anni è essenzialmente una creazione dei farisei e dei loro successori, i rabbini del periodo talmudico, che hanno elaborato la religione biblica in innumerevoli modi.
Costoro hanno elaborato, in parte, la teoria dell'ebraismo, che è detta Aggadah. Ma questa non fu elaborata in modo sistematico o dogmatico: dal lato teorico, infatti, l'ebraismo rabbinico, a differenza del cristianesimo, ha mantenuto una libertà quasi totale. Ad esempio nel Midrash, che è il principale contenitore dell'Aggadah, una gran varietà di interpretazioni bibliche diverse possono stare l'una accanto all'altra, senza che vi sia alcun tentativo di armonizzarle o di preferirne una più di un'altra.
Ma i rabbini hanno elaborato soprattutto la pratica dell'ebraismo, che si chiama Halachah. Hanno cercato, cioè, di rispondere nei più minuti dettagli e per ogni situazione immaginabile alla domanda: Ed ora, Israele, cosa ti richiede il Signore tuo D-o?. E in quest'area hanno proceduto sistematicamente e con autorità.
Questo presuppone, naturalmente, che sia possibile conoscere la volontà di D-o con precisione e con certezza. I rabbini credevano che ciò fosse davvero possibile: ritenevano, infatti, che la Bibbia fosse divinamente rivelata, ed attribuivano anche autorità divina alle antiche tradizioni orali. Di conseguenza tutto quel che era necessario, pensavano, era prendere i comandamenti da queste due fonti, la legge scritta e la legge orale, e poi interpretarli come una costituzione. Il risultato fu il Talmud, ulteriormente elaborato in innumerevoli commentari e risposte a quesiti e sistematizzato nei codici legali medioevali, fino ad arrivare allo Shulchan Aruch del XVI secolo.
L'ebraismo rabbinico ha funzionato in modo splendido per centinaia d'anni. Ha conquistato e mantenuto la fedeltà delle comunità ebraiche, grandi e piccole, nel Vicino Oriente, in Nord Africa e in Europa. Ha regolato la vita privata e domestica di ogni ebreo e ne ha formato il carattere. Ha fatto del popolo ebraico un regno di sacerdoti e una nazione santa.
La storia dell'ebraismo rabbinico è una storia a lieto fine eccezionale nell'ambito della storia delle religioni. Ma il suo successo non è durato per sempre. Negli ultimi due o tre secoli è andato incontro a gravi problemi, quasi ad un collasso. Quando gli ebrei emergevano dal ghetto e diventavano cittadini dei paesi che li ospitavano, infatti, si trovavano in un mondo nuovo, un mondo che era andato incontro alle più drastiche trasformazioni sia politiche, sia economiche, sia sociali, sia intellettuali. Emancipandosi, quindi, tesero in varia misura ad abbandonare il modo di vivere prescritto dallo Shulchan Aruch. L'ebraismo rabbinico perse la presa su parti via via più crescenti del popolo ebraico.
La domanda cruciale fu: di chi è la colpa? Era colpa della gente o del sistema? E su questa domanda coloro che avevano a cuore l'ebraismo si divisero in due partiti. Uno, che divenne noto come il partito ortodosso, disse: non c'è nulla di sbagliato nel sistema. Come potrebbe esservi qualcosa di sbagliato, dal momento che è comandato da D-o? È soltanto la gente che è da rimproverare, perché sono indisciplinati ed infedeli. Non è quindi il momento di cambiare le regole ma, al contrario, di ammonire la gente più severamente perché le osservino in tutto il loro rigore. L'ebraismo ortodosso può pertanto essere definito con equanimità e precisione come un tentativo di mantenere immodificato, e di far tornare in vigore, l'ebraismo medioevale nell'era post-medioevale.
L'altro partito, che si chiamò Reform o Liberal o Progressive disse:
Non serve a nulla stare solo a rimproverare la gente, che non è probabilmente né peggiore né migliore delle altre generazioni. È capitato qualcosa di più fondamentale di un declino dell'osservanza. Siamo entrati in un mondo nuovo, un mondo abbastanza diverso da quello in cui era stato formulato l'ebraismo rabbinico. Dobbiamo riesaminare la nostra eredità alla luce delle nuove circostanze e ricostruirla dove lo si trovi necessario, così che possa riguadagnare il rispetto e la fedeltà delle masse ebraiche. Bisogna chiudere il fossato fra la gente e il sistema, non solo esortando la gente, ma anche rivedendo il sistema. Il nuovo mondo post-medioevale richiede una nuova forma, post-medioevale, di ebraismo.
Cos'è, quindi, l'ebraismo progressive, e come differisce dall'ebraismo ortodosso? C'è in primo luogo una differenza generale di pensiero.
Il modo di pensare dell'ebraismo ortodosso è reazionario. Questo non vuol dire, naturalmente, che l'ebraismo rabbinico debba necessariamente essere reazionario, o che lo sia sempre stato. Gli antichi rabbini, al contrario, erano spesso coraggiosi e pieni di immaginazione; hanno portato molte innovazioni nel pensiero e nella pratica ebraiche. Ma nel corso del tempo l'ebraismo rabbinico è diventato sempre più rigido: ogni generazione, infatti, venerava tanto i suoi predecessori da non osare riaprire alcuna questione già stabilita, applicando la propria ingegnosità solo a minuzie sempre più periferiche. Da un'epoca all'altra, quindi, lo spazio di manovra diminuiva, e al tempo dello Shulchan Aruch, nel XVI secolo, non rimaneva in pratica più nulla della fluidità originale. L'ebraismo rabbinico era diventato di pietra.
L'ebraismo progressive, al contrario, ritiene che non solo siamo liberi, ma che abbiamo persino il dovere di rifiutare quel che ci sembra certamente o probabilmente falso e di accettare quel che ci appare certamente o probabilmente vero; quando c'è un conflitto fra verità e tradizione è la tradizione che deve essere modificata. Il principio di onestà intellettuale ci obbliga, fra l'altro, a prendere sul serio i risultati della ricerca scientifica moderna sulla storia e la letteratura dell'ebraismo stesso. Se lo facciamo non possiamo più accettare la dottrina di una rivelazione una-volta-per-sempre al Monte Sinai: questa limita e confina la creatività di tutte le future generazioni. Dobbiamo vedere nella Bibbia un processo di sviluppo religioso che si estese lungo diversi secoli e di cui il Sinai fu solo uno stadio. Dobbiamo poi anche riconoscere che gli autori della Bibbia, quantunque ispirati, come indubbiamente erano, erano esseri umani e figli della loro epoca, soggetti alle limitazioni della loro umanità ed influenzati dall'ambiente sociale e culturale in cui vivevano. Quello che hanno scritto, quindi, non è l'ultima parola. È l'inizio – un grande e glorioso inizio – di un processo che è continuato dopo il loro tempo e che dobbiamo continuare oggi: quello di cercare di capire la volontà di D-o.
Prima ho affermato che l'ebraismo rabbinico non è mai stato autoritario per quanto riguarda la teoria, l'Aggadah, ma solo per quanto riguarda la pratica, l'Halachah. A quest'affermazione, tuttavia, occorre fare un'importante riserva, che è questa: teoria e pratica non possono essere completamente separate. La legge ha le sue basi in un sistema di convinzioni religiose; se queste convinzioni non sono più tali, anche le leggi possono essere messe in questione. Lasciatemi menzionare un'area dell'Halachah che, più d'ogni altra, esprime effettivamente convinzioni religiose, influenzandoci in modo molto importante nella sinagoga dove pratichiamo il culto. Quest'area è l'area della liturgia. L'ebraismo rabbinico ha sviluppato una liturgia elaborata e sempre più fissa. Noi ebrei progressive ne manteniamo molta, forse la più gran parte. Talvolta, però, questa esprime una convinzione religiosa che per noi è semplicemente inaccettabile. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda l'escatologia, la dottrina della fine dei giorni.
In base all'antico pensiero rabbinico, gli ebrei sono una nazione in esilio, che un giorno sarà redenta grazie ad un discendente del re Davide, noto come Messia. Sotto la sua guida gli esiliati ritorneranno alla loro antica patria, il Tempio sarà ricostruito, sarà ripristinato il culto sacrificale, i morti saranno risuscitati per affrontare il giudizio finale; ne risulterà allora un'era di perfetta giustizia e pace per tutto il genere umano.
Queste convinzioni religiose sono scritte, come ho detto, nella liturgia tradizionale; dal momento che la liturgia è retta dalle regole dell'Halachah, l'ebreo ortodosso ha il dovere di recitarle. Ma il fatto è che la stragrande maggioranza degli ebrei moderni non ha queste convinzioni, fatta eccezione per l'ultima, la speranza di un'età messianica. Non crediamo, per esempio, nel ripristino del culto sacrificale, che sarebbe un ritorno ad un comportamento primitivo, né nella resurrezione dei morti, che è un'assurdità. Non crediamo nemmeno in una raccolta totale degli esiliati, per quanto possiamo rallegrarci, come fanno gli ebrei progressive, della parziale raccolta di esiliati rappresentata dallo Stato d'Israele. L'ebreo moderno ha un'escatologia abbastanza diversa. Crede, o almeno spera, che il mondo sarà redento, non improvvisamente e in modo sovrannaturale, attraverso l'intervento del Messia, ma attraverso l'accettazione della volontà di D-o da parte di tutti ed ovunque; e il compito del popolo ebraico, sia nello Stato di Israele sia nella diaspora, è di avere un'azione di guida verso questo fine.
E così possiamo spostarci dalla teoria alla pratica e notare questa differenza: mentre l'ebraismo ortodosso mantiene immodificata la liturgia ebraica tradizionale, completa di tutte le sue idee antiquate, l'ebraismo progressive l'ha riveduta, così da portarla in accordo con le convinzioni religiose che ci si può ragionevolmente attendere siano mantenute dagli ebrei moderni. E la giustificazione per fare questo è così ovvia che si esita persino ad esprimerla in parole: è che è sicuramente sbagliato, specie nel contesto della preghiera, dire ciò che uno non crede.
Parlando più generalmente del culto sinagogale, c'è un'ulteriore differenza che deve essere notata; è una differenza che correla con il linguaggio del culto. I culti ortodossi, come tutti sappiamo, sono condotti interamente in ebraico. Questo è, in effetti, un esempio del fatto che l'ebraismo ortodosso è più rigido della tradizione rabbinica che esso afferma di perpetuare. L'ebraismo rabbinico, infatti, permette esplicitamente l'uso della lingua parlata nella zona: afferma che lo Shema, l'Amidah, la benedizione dopo i pasti, il Kiddush e l'Havdalah, l'Hallel e le varie benedizioni – tutte le preghiere, in effetti, tranne la benedizione sacerdotale – possono essere recitate in qualunque lingua. Questo è affermato nella Mishnah, confermato nel Talmud e reiterato in tutti i codici, fino ad arrivare allo Shulchan Aruch compreso. La lingua parlata nella zona, per di più, nei tempi antichi era usata nei fatti. Un certo numero di preghiere, come il Kaddish, è stato scritto in aramaico, che era allora la lingua parlata nella zona.
E le letture pubbliche dalle scritture erano tradotte oralmente in aramaico da un interprete nominato a questo scopo. Gradualmente, tuttavia, queste pratiche sono cessate, e l'ortodossia moderna vi si oppone chiaramente. Abbiamo così questa situazione paradossale: mentre nei tempi antichi si riteneva necessario l'uso dell'aramaico, benché l'aramaico fosse uno stretto parente dell'ebraico, si suppone che gli ebrei moderni, che parlano lingue europee che non hanno alcuna relazione con l'ebraico, non necessitino di alcuna traduzione!
Le sinagoghe progressive, mentre danno all'ebraico un posto d'onore nei culti ed assegnano una notevole importanza all'insegnamento della lingua ebraica nell'istruzione ebraica, hanno fatto rivivere la pratica di usare la lingua parlata nella zona anche nei culti. In questo modo hanno restituito al culto ebraico una razionalità, una comprensibilità ed una sincerità che non avrebbe mai dovuto perdere.
Una differenza più importante è che nelle sinagoghe progressive, diversamente da quelle ortodosse, uomini e donne siedono insieme. Anche questa non è un'innovazione così radicale come potrebbe apparire. Benché l'antico Tempio avesse un atrio particolare per le donne, vi è ragione di credere che fino al XIII secolo nelle sinagoghe i generi non fossero segregati.
Questa segregazione, quando venne, fu naturalmente dovuta allo status inferiore accordato alle donne nell'ebraismo rabbinico. Il Talmud, seguito dai codici legali del Medio Evo, pone le donne nella stessa categoria dei minori e degli schiavi, come se a tutti gli effetti non avessero alcuna personalità legale. Sono ad esempio considerate incompetenti ad agire come giudici o testimoni. Questo è il motivo per cui, fino al giorno d'oggi, nell'ebraismo ortodosso la donna non può fare da testimone ad un matrimonio.
Le donne, in particolare, furono esentate – e nel corso del tempo quest'esenzione venne ad essere intesa come un divieto – dal compiere molte mitzvot, i doveri religiosi obbligatori per gli uomini. La cosa peggiore di tutte fu che le donne furono esentate dal supremo obbligo religioso del Talmud Torah, dal dover imparare ed insegnare: questo fu anzi loro proibito. Il risultato fu che in tutto il Medio Evo, con rare eccezioni, le donne ebree erano analfabete. Questo è anche il motivo per cui, nella storia del popolo ebraico, si trova a malapena una sola donna che sia salita ad una posizione di preminenza dalla chiusura del periodo talmudico fino all'età dell'Illuminismo.
Non dico questo per condannare l'ebraismo rabbinico. Non ci si può aspettare dai rabbini del periodo talmudico e del Medio Evo che anticipassero la moderna emancipazione della donna. L'eguaglianza dei generi, tuttavia, è implicita nell'insegnamento biblico che D-o creò l'uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò (Gen. 1,27). È un peccato, quindi, che questa conclusione non sia stata tratta fino a che l'ebraismo non fu sorpassato sotto quest'aspetto dalla civiltà occidentale, ed è scandaloso che in quest'area l'ortodossia resti ancora indietro.
Una delle prime cose fatte dal movimento progressive fu di innalzare lo status delle donne ad uno di eguaglianza con l'uomo. Questo significava dar loro eguali diritti nell'amministrazione e nel culto sinagogale. Significa altresì trattare ugualmente ragazzi e ragazze nel campo dell'istruzione religiosa. Fra le altre cose, questo sollevava il problema del Bar Mitzvah, che fu risolto o istituendo una corrispondente cerimonia per le ragazze, detta Bat Mitzvah, o inventando una nuova cerimonia per ragazzi e ragazze insieme, innalzandone contemporaneamente l'età dai 13 ai 16 anni all'incirca.
Questo è stato in genere chiamato Kabbalat Torah. Ha il gran vantaggio di prolungare il processo di istruzione religiosa di altri due o tre anni.
La necessità di dare alle donne l'eguaglianza con gli uomini ha anche comportato alcuni importanti cambiamenti nella legge matrimoniale ebraica. La cerimonia matrimoniale tradizionale ebraica, ad esempio, è una questione unilaterale: lo sposo, infatti, effettua il fidanzamento, dando alla sposa un anello e facendo la dichiarazione richiesta. La sposa è assolutamente passiva. Nell'ebraismo progressive la sposa ripete la formula di fidanzamento.
Anche i procedimenti tradizionali di divorzio sono unilaterali: anche se la donna deve dare il suo consenso, infatti, è il marito, e solo il marito, che può far sì che il ghet, il documento di divorzio, sia scritto; e se egli rifiuta, anche se c'è stato un divorzio civile, la moglie non può rimediare in alcun modo. Le conseguenze di questo sono ancora più gravi per lei che per lui. Questo avviene, ad esempio, quando una donna divorziata civilmente contrae un nuovo matrimonio senza aver ottenuto un ghet dal marito, forse perché costui rifiutava di concederglielo. Avviene anche nei cosiddetti casi di agunah: questi sono i casi in cui la morte di un uomo sposato è presunta dalla legge civile ma non è provata in modo da soddisfare i dettagli tecnici della legge ebraica, e la vedova si risposa.
L'ebraismo progressive, e solo l'ebraismo progressive, dando completa eguaglianza a uomini e donne, ha completamente superato queste anomalie e queste ingiustizie.
Doveva farlo, perché il fatto è che qualunque sistema di leggi che è interpretato troppo legalisticamente entra prima o poi in conflitto con i principi etici, e persino con il buon senso. Questa considerazione ha spinto l'ebraismo progressive a compiere modifiche anche in altre aree della pratica ebraica.
Prendete, ad esempio, il caso dello Shabbat, cui l'ebraismo progressive annette un'importanza molto grande, come pure fa alle feste. Per di più, accettiamo il principio che il lavoro dello Shabbat dovrebbe per quanto possibile essere evitato. Ma quando si arriva alla definizione di lavoro, ci aspettiamo che i nostri seguaci si facciano guidare dal buon senso piuttosto che da considerazioni puramente legalistiche. Secondo l'Halachah, uno degli atti proibiti di Shabbat, ad esempio, è aprire un ombrello. Perché? Perché è come montare una tenda, e montare una tenda è come costruire, e costruire è una delle categorie proibite di lavoro. Per ragioni altrettanto inconsistenti è proibito viaggiare con qualunque mezzo di trasporto. Ma il buon senso ci dice che guidare fino alla sinagoga per partecipare ad un culto sinagogale è più in accordo con lo spirito dello Shabbat in quanto giorno di tempo libero, gioia e culto che camminare per un lungo tratto, magari sotto la pioggia scrosciante e senza ombrello, o stare a casa.
Vorrei spiegare che in genere, per quanto riguarda l'osservanza privata e domestica, l'ebraismo progressive non legifera per niente, ma dà solo linee-guida, lasciando che il singolo individuo faccia cosa gli sembra giusto. In alcuni casi consiglia in senso positivo. Raccomanda sicuramente, ad esempio, la preghiera quotidiana, la benedizione prima e dopo i pasti, il Kiddush, l'Havdalah, la celebrazione del Seder a Pesach, l'accensione della Chanukkiah a Chanukkah, ecc. In altri casi consiglia in senso negativo. Non sostiene, ad esempio, la legge dello sha'atnez, che vieta che siano indossati indumenti fatti da un misto di cotone e di lana, ritenendo che non vi sia alcuna buona ragione per questa legge.
Vi sono alcuni casi limite, infine, in cui lasciamo la decisione interamente all'individuo. Questo è il caso delle leggi di kashrut. A prima vista, queste sembrano altrettanto prive di significato religioso quanto la legge dello sha'atnez. La loro osservanza può tuttavia essere difesa come una valida forma di autodisciplina, o come un atto di identificazione con il popolo ebraico. Alcuni ebrei progressive, quindi, osservano le leggi alimentari, mentre altri non lo fanno. Quel che hanno in comune, tuttavia, è che non considerano le leggi alimentari una parte essenziale dell'ebraismo. Qualunque valore possano avere, infatti, hanno poco a che fare con lo scopo primario dell'ebraismo, che non è di insegnarci cosa mangiare, ma come vivere in modo nobile e responsabile.
In questa descrizione della pratica progressive ho inevitabilmente sottolineato i punti di differenza che ci distinguono dall'ebraismo ortodosso. Le differenze sono naturalmente abbastanza lievi, se confrontate con la base comune che unisce tutti gli ebrei che prendono l'ebraismo seriamente. Le differenze, tuttavia, sono importanti. Sono, secondo me, le differenze fra una forma di ebraismo che è nobile ma medioevale ed una forma di ebraismo che è egualmente nobile ma è adeguata all'oggi. Se quel che ho detto non vi si attaglia, allora vi ringrazio per la cortesia e la pazienza che avete avuto ad ascoltarmi. Ma se quel che ho detto vi si attaglia, allora vi invito ad unirvi a noi nel compito in cui siamo impegnati, perché è, noi crediamo, un compito sacro ed urgente. Detto semplicemente, è di esprimere più chiaramente, dandovi una nuova forma, la nostra preziosa eredità ebraica, in modo che il nostro ebraismo per il giorno d'oggi meriti di ricevere la gioiosa fedeltà dei nostri figli e dei figli dei nostri figli, non solo adesso ma anche domani ed in futuro.