Estratto dal Tanya, Liqquté Amarim (capitolo 23).

Per quanto riguarda l'affermazione dei nostri Rabbini che "lo studio della Torà equivale a tutti gli altri precetti messi assieme", ciò è dovuto al fatto che lo studio della Torà avviene con la parola e il pensiero, che sono le vesti più interne dell'anima vitale; perciò anche l'essenza e la sostanza delle facoltà di ChaBaD (Chokhmà, Binà, Da'at) della Qelippat Nogah, che fanno parte dell'anima vitale, vengono effettivamente integrate nella santità quando uno si occupa della Torà con concentrazione e intelligenza.

D'altronde l'essenza e la sostanza degli attributi emotivi (Middot) — cioè Chessed, Ghevurà, Tiferet ecc. — non possono essere dominate dall'uomo "medio" (Benoni) fino al punto di essere convertite in santità; e ciò per il fatto che il male è più forte nelle passioni (Middot) che nel pensiero (ChaBaD), causa del maggior nutrimento che esse derivano dalla santità, come è noto a chi ha familiarità con le discipline esoteriche.

Per di più — e questo è l'aspetto più importante della preminenza dello studio della Torà su tutti gli altri precetti, dedotta dalla citazione dei Tiqqunim, che "i 248 precetti sono i 248 'organi' del Re" — proprio come, per fare un paragone, nel caso di un essere umano non c'è confronto o somiglianza fra la forza vitale che c'è nei 248 organi e quella che c'è nel cervello (cioè nell'intelletto, suddiviso nelle tre facoltà di ChaBaD); così, in modo del tutto analogo, bisogna distinguere, per miriadi di differenze senza fine, l'illuminazione della luce del benedetto En Sof, che si veste dei precetti riguardanti le azioni, dall'illuminazione della luce del benedetto En Sof che si diparte dalla saggezza della Torà, e che ogni uomo afferra secondo la sua intelligenza.

E benché la si afferri solo nei suoi aspetti materiali, tuttavia la Torà è confrontata con l'acqua, che discende dai luoghi più alti. Ciò non pertanto, i Rabbini di benedetta memoria hanno affermato: "Non l'interpretazione è la cosa essenziale, ma l'azione". Sta anche scritto: "...di eseguire oggi". E si deve interrompere lo studio della Torà per adempiere a un precetto positivo che non possa essere compiuto da altri. Infatti, "questo è il tutto dell'uomo" e questo è lo scopo della sua creazione e della sua discesa in questo mondo: che Egli abbia una dimora proprio quaggiù (Dirah BeTachtonim), dove le tenebre possono essere tramutate in luce, sicché la gloria del Signore riempia tutto questo mondo materiale.

D'altro canto, se si tratta di un precetto che può essere adempiuto da altri, l'individuo non deve interrompere lo studio della Torà, benché la Torà non sia, dopo tutto, null'altro che la spiegazione dei precetti positivi. La ragione è che la Torà rappresenta il ChaBaD del benedetto En Sof, sicché, quando un uomo è impegnato nel suo studio, la luce del benedetto En Sof, che egli attira su di sé, è di un grado e di un'intensità infinitamente superiori all'illuminazione che si ottiene adempiendo ai precetti, i quali sono "gli organi del Re".

Questa influenza e illuminazione che l'uomo attrae dalla luce del benedetto En Sof viene chiamata "Qerì" ("chiamata"): da ciò "Qorè ba-Torà" ("chiamare attraverso la Torà"). Ciò significa che un uomo, il quale si occupa della Torà, chiama il Santo, benedetto Egli sia, affinché venga da lui: come un bambino chiama il padre perché venga e stia con lui, per non essere separato da lui e rimanere solo, D-o ci scampi.

Questo è il significato del testo: "Il Signore è vicino a tutti coloro che Lo chiamano; a tutti coloro che Lo chiameranno in verità"; e "non c'è altra 'verità' al di fuori della Torà". Ciò significa dunque che si deve chiamare il Santo proprio a mezzo della Torà. Si esclude con questo il chiamarLo gridando soltanto "Padre! Padre!", come il profeta si è lamentato: "E non v'è più alcuno che invochi il Tuo nome". La persona intelligente, riflettendo su ciò, sarà pervasa da un sentimento di profonda riverenza quando si occupa della Torà.