Benedetta, 26 anni, atea, condivide una riflessione profonda sul peso della memoria familiare e storica. Attraverso i racconti della bisnonna e il vuoto lasciato da un nonno internato in un campo di sterminio, emerge il ritratto di una generazione che ancora lotta per elaborare l'orrore del passato.
### 1. Il viaggio verso la consapevolezzaBenedetta descrive il desiderio di visitare i campi di sterminio in Polonia per rintracciare la storia di suo nonno, internato durante la guerra. Dopo un tentativo fallito a Mauthausen a 21 anni, bloccata dalla paura psicologica, oggi sente la forza di affrontare quel luogo. Il suo timore è duplice: il dolore del ricordo della madre e la possibilità di vedere il proprio nome inciso su un muro di vittime.
### 2. Memorie di famiglia e indifferenzaIl racconto si intreccia con le memorie della bisnonna: la vita in campagna, i vicini ebrei sterminati e il collaborazionismo dei vicini "ariani". Benedetta riflette sulla spietata legge nazista dei dieci italiani giustiziati per ogni tedesco ucciso, una minaccia che sfiorò il suo bisnonno prima dell'arrivo degli Alleati.
### 3. Il peso del pregiudizio e il rifiuto del perdonoL'autrice esprime una radicale sfiducia verso la mentalità tedesca e austriaca contemporanea, vedendo nei movimenti neonazisti la prova che nulla sia cambiato. Questo sentimento influenza i suoi rapporti personali, portandola a troncare amicizie alla minima ombra di complicità familiare col passato regime.
- Rifiuto della Chiesa: Benedetta non perdona al Vaticano il silenzio durante la Shoah e l'aiuto prestato ai gerarchi in fuga.
- Memoria indelebile: Il fumo dei crematori resta per lei un'immagine che impedisce qualsiasi riconciliazione con gli abitanti dell'ex Reich.
Il viaggio programmato in Polonia, tra i campi di sterminio e il bunker di Hitler a Danzica, non è per Benedetta un percorso di perdono, ma di amara testimonianza. È la ricerca di un legame con un nonno mai conosciuto e un atto di resistenza contro l'oblio e il negazionismo.
Benedetta Ammannati