Leggendo il libro di Amos Luzzatto, mi è sorto il dubbio che le prospettive del riconoscimento, da parte dell'UCEI, degli ebrei riformati italiani non siano così disperate come temuto da alcuni.

Riporto quanto scrive Amos Luzzatto a pagina 16 del suo saggio:

Il terzo esempio è fornito dagli ebrei "riformati", o meglio da quella composita galassia che si definisce a volte liberal, a volte progressive. I riformati si proclamano sostanzialmente una comunità religiosa ebraica, ma non accettano alcuni principi normativi che da secoli si sono imposti come modello teorico nella maggior parte delle comunità del mondo.

Ad esempio, rifiutano la discendenza esclusivamente matrilineare, accogliendo anche quella patrilineare; prevedono la nomina di donne-rabbino e non separano gli uomini e le donne durante le funzioni sinagogali; hanno procedure proprie per la conversione e modifiche nel rituale liturgico. Gli ebrei riformati hanno fondato — anche in Israele — istituti di ricerca di alto livello scientifico e costituiscono, probabilmente, la maggioranza della popolazione ebraica negli Stati Uniti.

Non si tratta del primo caso di "ribellione antirabbinica": il caso storicamente più noto è quello dei caraiti, i quali, a partire dall'VIII secolo, respinsero l'autorevolezza della tradizione orale (talmudica) accettando soltanto la lettera della Torà. Oggi i caraiti sopravvivono in piccoli gruppi residuali e non sono pienamente riconosciuti nella loro identità ebraica.

### Considerazioni personali

A me non pare che l'autore di queste righe (pur non essendo tutte le informazioni completamente esatte) sia capace di disertare un Qaddish solo perché tra i recitanti c'è un rabbino riformato.

Del resto, nelle occasioni in cui a Verona è stato recitato un Qaddish in mia presenza, nessuno si è sognato di allontanare me o gli altri non-ebrei; semplicemente, non venivamo conteggiati nel minyan (il numero minimo di dieci ebrei adulti necessario per la funzione).