Anche se non è certo possibile esporre un argomento tanto complesso in poche pagine, è opportuno richiamare l'attenzione su alcune regole pratiche attuali e proporre qualche riflessione sul loro significato profondo.

1. L'origine della regola

La Torah, in Numeri 15: 17-21, comanda:

Quando arriverete nella terra dove vi conduco, quando mangerete del pane della terra preleverete un'offerta per il Signore; l'inizio del vostro impasto, la Challà (reshit arisotekhem Challà), lo preleverete come offerta.

La parola Challà sembra indicare, letteralmente, una focaccia a forma circolare; Rashi, nel francese del XII secolo, la traduce con tortel.

La Challà è una delle offerte che dovevano essere date ai sacerdoti, e che servivano al loro sostentamento materiale. Si applicava, secondo la regola stretta della Torah, al prodotto cerealicolo della terra d'Israele; doveva essere prelevata dagli offerenti in condizioni di purità, e consumata dai sacerdoti in stato di purità. Se diventava impura, non poteva essere più consumata e quindi veniva bruciata.

La condizione necessaria perché scatti l'obbligo del prelievo prescritto dalla Torah è che tutto il popolo ebraico risieda nella terra d'Israele. Da tempo questa condizione non esiste più, ma i rabbini hanno prescritto che il rito sia osservato, in forma sostanzialmente simbolica, in ogni tempo e anche fuori dalla terra d'Israele. Il prelievo della Challà ha infatti un evidente scopo educativo a un valore religioso essenziale: quello di considerare ogni bene di cui si dispone non come un diritto assoluto, ma come un dono che viene fatto all'uomo, e del quale deve essere riconoscente al Signore. Non essendo possibile osservare la norma in condizioni di purità, la piccola quantità che si preleva deve essere bruciata.

2. L'applicazione pratica

Praticamente, oggi nella diaspora la regola si applica quando si impasta una quantità di farina di cereali (grano, orzo, avena, spelta, segale) superiore a 1680 grammi; l'impasto deve essere fatto con acqua e messo a cuocere in forno o su piastra asciutta. Si preleva dall'impasto una piccola quantità che si fa bruciare; prima del prelievo si recita una benedizione:

Barukh attà Hashem Elohenu melekh ha'olam asher qiddeshanu bemitzvotav vetzivvanu lehafris Challà, i sefarditi aggiungono in fondo anche la parola terumà: benedetto Tu o Signore D-o nostro Re del mondo, che ci hai santificato con i Tuoi precetti e ordinato di prelevare la Challà di offerta.

Se la farina, nella quantità sopra indicata, è impastata con liquidi diversi dall'acqua o è destinata ad altri tipi di cottura, oppure se la quantità di farina è inferiore a 1680 grammi ma superiore a 1248 grammi, il prelievo si fa senza recitare la benedizione.

In tutti gli altri casi non si procede al prelievo.

La regola si applica solo per la farina di proprietà di un ebreo; deve essere osservata da chiunque fa l'impasto.

Anche le famiglie dei kohanim, secondo l'opinione prevalente, sono tenute ad osservare questa regola, così come nell'antichità procedevano esse stesse al prelievo di alcune offerte che venivano devolute ad altri kohanim.

Se si dimentica di fare il prelievo prima della cottura, lo si fa alla fine, recitando la benedizione; il prelievo non si può fare di sabato (e nelle altre feste per i cibi cucinati prima della festa); in questi casi nella diaspora bisogna lasciare una parte abbondante di cibo, dalla quale alla fine della giornata festiva si preleverà la Challà.

Parlando di Challà, bisogna chiarire un equivoco linguistico; questo termine, come si è detto, si riferisce alla porzione di impasto che anticamente bisognava prelevare, e che oggi bisogna bruciare. Dato che nelle case private questa operazione abitualmente si svolge perlopiù quando si prepara il pane speciale per il sabato, il nome di Challà (plurale challot) e' passato ad indicare anche il pane sabbatico.

Le misure sopra indicate di 1680 e 1248 grammi corrispondono a una opinione prevalente; per altri autori sono necessarie quantità superiori. In casi dubbi consultare un esperto.

3. L'orizzonte interpretativo

Il precetto della Challà ha un'importanza speciale nelle regole rabbiniche; ad esso è dedicato un intero trattato della Mishnà, e la sua osservanza pratica è discussa nei principali codici rituali. Parimenti è molto sviluppata la riflessione sul significato del precetto già nell'epoca rabbinica, epoca in cui solo alcuni precetti sono stati oggetto di interpretazioni; e questo dato da solo già costituisce il segno di una situazione speciale.

Nelle riflessioni di epoca rabbinica si possono identificare due linee principali. La prima si basa formalmente sull'espressione con cui la Torah formula l'obbligo: parla di inizio dell'impasto, con la parola reshit che è la stessa con cui inizia la Torah: Bereshit. C'è quindi un rapporto stretto tra la Challà e la creazione, che fa della norma quasi un modello, o uno scopo essenziale del progetto creativo. Una delle possibili spiegazioni di questo accostamento è che nel momento in cui si preleva la Challà si ricorda che il mondo è stato creato e chi l'ha creato, e quindi si trasforma e si innalza il senso di una azione che potrebbe avere un semplice scopo alimentare, come quella dell'impasto del pane, ad un atto profondamente religioso.

La seconda linea interpretativa, che non si contrappone, ma si integra con la precedente, è in un Midrash che dice che Adamo era la Challà del mondo:

Disse Rabbi Yossì Ben Ketzartà: come la donna mescola il suo impasto con l'acqua e poi preleva la Challà, così fu per (la creazione di) Adamo. Prima è scritto un vapore usciva dalla terra (Genesi 2:6) e subito dopo e il Signore creò l'uomo (polvere dalla terra) (ibid. verso 7).

(Tanchumà Buber Metzorà 17, e con piccole varianti ibid. Noach 1, Midrash Bereshit 14:1)

Il Midrash dunque stabilisce, si direbbe audacemente, un parallelo tra l'azione domestica dell'impasto e quindi del prelievo della Challà, da una parte, e la creazione del mondo, e quindi del primo uomo, dall'altra. Le letture possibili sono diverse, e qui di seguito si cercherà di proporne qualcuna.

4. Chi era R. Yossì

Intanto bisognerebbe capire chi era questo Rabbi Yossì Ben Ketzartà, autore del Midrash, ma altrimenti ben poco noto. In tutta la letteratura talmudica e midrashica il nome di questo maestro compare otto volte. Una volta, in TB Shabbat (151 b), Rabbi Yochanan ne riporta un insegnamento che parla delle lacrime: ve ne sono sei tipi, di cui tre fanno male agli occhi, e tre fanno bene. In Midrash Tehillim (78:17) R. Yossì discute di chi fosse il gregge che Mosè aveva portato al pascolo nel deserto.

In Tanchumà Buber (Wayeshev 11) il maestro dice che a differenza dell'uomo, il Signore è in grado di costruire strade anche dentro al mare. Tutte le altre citazioni del nome del maestro riportano, con qualche variante, lo stesso Midrash sulla Challà. In tutto quattro insegnamenti: le lacrime, il gregge, le strade nel mare e la Challà. Dal nome dei maestri che lo citano, R. Yossì viene identificato come un amorà (maestro del Talmud) di Eretz Israel della prima generazione; quindi prima metà del III secolo.

L'indicazione della paternità (ma più probabilmente della maternità) è difficilmente spiegabile. Ketzartà è un femminile, che potrebbe indicare la donna che lava i tessuti per farli restringere (follatrice). Due altri maestri, Yochanan (Shir Hashirim Rabbà 2:25) e Itzchaq (Ruth Rabbà 5:6, Midrash Shemuel 26:5), hanno lo stesso matronimico, e di loro si sa ancora meno che di Yossì. Forse erano tre fratelli. I nomi di alcuni maestri del Talmud sono spesso simbolici, e questo potrebbe essere un caso. Come mi suggerisce mio figlio Gabriele se forse c'è qualcosa di comune in tutti questi insegnamenti (e forse anche nel matronimico), è il tema dell'acqua e dei liquidi (nel deserto l'acqua c'entra al contrario, come elemento assente per eccellenza, cfr. Es. 15:22, Salmi 107:35).

5. Il precetto al femminile

Veniamo al Midrash sulla Challà. Il Midrash può essere usato, come è stato fatto dagli esegeti antichi e successivi, per spiegare il significato della Challà. Ma nelle fonti rabbiniche principali il Midrash è usato dai redattori come tassello di un discorso più ampio.

Per comprendere questo fatto dobbiamo tener presente che nella letteratura rabbinica il precetto della Challà è considerato una prerogativa tipicamente femminile; anche se l'obbligo riguarda chiunque faccia un impasto, dato che nell'antichità (e forse ancora oggi in molte case) l'impasto veniva fatto dalle donne, questa divenne una delle regole religiose femminili più importanti. La sottolineatura di questo valore è in una famosa Mishnà del trattato di Shabbat 2:6, che afferma che per tre trasgressioni le donne muoiono al momento del parto: per la disattenzione alle regole della Niddà (l'impurità mestruale), della Challà, e dell'accensione del lume (di Shabbat). Mishnà forse oggi anche famigerata, per il sapore apparentemente cupo, terroristico e antifemminile. Da un primo punto di vista razionale e filologico è come se si volesse dare una spiegazione ad una realtà angosciante (la morte per parto) che ha afflitto l'umanità fino a pochi decenni fa; ma chiaramente il discorso non si può fermare qua.

Già i due Talmudim e i Midrashim si dilungano a cercare una logica negli accostamenti: perché proprio quelle tre norme e non tutte le altre, e perché proprio nel momento del parto. Alla seconda domanda una risposta comune è che si tratta di un momento di rischio e di crisi, ed è proprio in questi momenti che gli uomini, o le donne, pagano per le colpe commesse; il Talmud babilonese per pareggiare il conto enumera le situazioni in cui anche gli uomini (e non le donne), o le varie categorie umane e sociali sono a maggiore rischio.

Inoltre la stessa fonte ci informa che non tutti i maestri concordavano (come è ovvio) con la massima della Mishnà; Rabbi Elazar non parlava di parto, ma di giovane età. Resta comunque aperta la necessità di spiegare con una logica unitaria i vari accostamenti; ed è proprio con questo scopo che il Midrash di R. Yossì viene richiamato. In una redazione (un es. in TY Shabbat 2:6), viene spiegato che Adamo era il sangue del mondo, la donna ne provocò la morte, e per questo ricevette il precetto dell'impurità mestruale; Adamo era la Challà del mondo (è il nostro Midrash), la donna ne provocò la morte (in altre versioni: la rese impura), e per questo venne la Mitzvà della Challà; e infine Adamo era la luce del mondo, la donna la spense, e a questo corrisponde l'accensione del lume sabbatico.

Se si toglie alla Mishnà l'apparenza formale di minaccia, e si cerca di penetrarne la logica e l'insegnamento profondo, è facile notare, proprio attraverso le spiegazioni di Midrashim concatenati, una costruzione sistematica e concatenata di simboli accoppiati in opposizione morte/vita:

La prima donna ha portato, con il suo peccato, la morte nel mondo, ma le sue discendenti sono coloro che hanno il ruolo biologico di dare la vita.

Nel momento in cui una donna dà vita, partorendolo, a un nuovo essere, una colpa da lei commessa può mettere a rischio l'esistenza di lei.

Le colpe non sono qualsiasi, ma solo tre. In generale la spiegazione del fatto che solo di queste norme si parla è che si tratti di ruoli precipuamente femminili, uno biologico, gli altri sociali (la preparazione degli alimenti e la cura della casa). Ma oltre a questo emerge, con prepotenza, il senso simbolico. Non sono atti qualsiasi, non sono Mitzvot qualsiasi. In dettaglio:

  • L'impurità mestruale deriva da un mancato concepimento. È la sospensione temporanea del ruolo femminile di dare la vita. Le regole della Niddà sottolineano la ripresa della potenzialità generazionale, il bagno rituale di purificazione (Tevillà) ha sicuri accostamenti simbolici al ritorno al grembo fetale.
  • La Challà è, nella lettura di R. Yossì, la ripetizione simbolica della creazione; l'impasto è la creazione del mondo, come la Challà è la creazione dell'uomo. Il pane è l'alimento principale dell'uomo, ed è grazie all'alimento che si sopravvive. La Challà deve essere pura. Impurità di Adamo è sinonimo, in questo caso, di impurità morale, di colpa, che porta alla morte. Il prelievo della Challà pura ripropone l'immagine di un'umanità incontaminata. Le regole della Niddà si riferiscono al ruolo biologico di creazione dell'essere umano; quelle della Challà alla perfezione morale dell'essere umano.
  • La luce sabbatica, segno dell'anima, di una luce che può spegnersi o che deve continuare ad ardere.

R. Yossì è quasi un maniaco del simbolismo dell'acqua, e l'acqua è anche sinonimo di Torah, di vita spirituale: l'espressione della gioia e del dolore (riferimento alle lacrime), il mezzo attraverso il quale il Signore si fa strada (Midrash sulle strade nell'acqua), l'anima che dà forma alla materia (Midrash sulla Challà), l'elemento che manca al gregge, animale ed umano, nel deserto (Midrash sul gregge di Mosè).

6. Unità di tempo, luogo e azione

I tre momenti rituali femminili di cui parla la Mishnà non sono associati solo per i valori simbolici comuni (di cui una parte è stata spiegata al precedente). In una sorta di unità aristotelica di tempo, luogo e azione, come veniva osservata nella tragedia greca, le tre regole femminili vengono di fatto a coincidere nello stesso intervallo temporale.

Solo una di queste regole, in realtà, l'accensione del lume sabbatico, è strettamente legata al tempo, le altre no, o non tanto; ma il grosso impasto di farina si fa di norma una volta a settimana proprio il venerdì, perché il pane migliore sia quello sabbatico, e la Challà va prelevata prima dello Shabbat, perché di Shabbat non si prelevano offerte e decime. E per quanto riguarda l'impurità mestruale, è certo legata alla fisiologia personale, ma il momento del tramonto è essenziale nelle procedure di controllo e di conteggio. Ecco quindi che nelle ore e poi nei minuti che precedono l'entrata dello Shabbat si ripropongono, attraverso tre regole specifiche, delle tematiche e dei ruoli essenziali: il dramma primordiale della creazione e del peccato da cui deriva la condizione umana.

C'è da tenere presente a questo punto una prospettiva di lettura molto particolare, comparativa, che fa improvvisamente luce su certe insistenze rabbiniche. Noi sappiamo che nell'ebraismo non c'è una teoria ufficiale sul peccato originale, e che ogni riflessione sull'argomento, per quanto importante concettualmente, ha un ruolo marginale. Ma sappiamo anche che la principale religione che si è distaccata dall'ebraismo ha fatto di questo tema un principio teologico fondamentale: dalla macchia e dalla condanna del peccato originale non si esce se non attraverso il sacrificio messianico.

Se alla luce di questo dato proviamo a rileggere i Midrashim sulle tre colpe e le relative Mitzvot, le differenze appaiono eclatanti, e diversi punti oscuri si spiegano (pensiamo anche all'epoca e all'area in cui R. Yossì viveva). La prima donna è stata responsabile di un disastro, dice il Midrash, e le sue e i suoi discendenti in qualche modo ne sopportano il carico; ma proprio alle donne, grazie a tre Mitzvot, è data la possibilità di riparare il danno. La donna ha il ruolo biologico di dare la vita, e dei ruoli sociali (un tempo ben definiti, oggi in trasformazione). Il messaggio della Torah è quello di sacralizzare questi ruoli, quali che essi siano: creare la vita in stato di purità (Niddà), mantenerla con gli alimenti puri (Challà), farla crescere spiritualmente (ner); incarichi semplici ed essenziali, possibili per tutte, come responsabilità individuali; è proprio attraverso questi, con le Mitzvot specifiche che li accompagnano, che si ripara la colpa primordiale, costruendo un presente e un futuro senza macchia. Ogni donna può e deve avere questo ruolo, e non è necessario un intervento esterno, ma solo una scelta personale che indirizza il proprio comportamento e la propria volontà.

Il dramma della creazione e dell'ingresso nel mondo si ripete in ogni persona, ogni giorno e ogni settimana, ma può essere dominato e risolto.

7. Perché bruciare

La Challà viene bruciata, perché è inutilizzabile, in quanto impura. Sembra un gesto assurdo, tanto varrebbe non prelevarla affatto. Ma nella concezione didattica dei rabbini il valore dell'azione, mnemonico ed educativo, prevale sul suo senso pratico, e lo giustifica ampiamente. Dobbiamo con questo atto ricordare molte cose: come era organizzata la vita rituale dei nostri antenati, come doveva essere la terra d'Israele, abitata dall'intero popolo ebraico; come vivevano i sacerdoti, sostenuti dalle decime e dalle offerte. Dobbiamo imparare che i beni di cui disponiamo non sono nostri in assoluto, ma sono un dono, per cui bisogna ringraziare e del quale almeno in parte bisogna privarsi a favore di altri.

In tutto questo anche l'azione del bruciare ha un senso simbolico potente.

Perché se la Challà, come dice R. Yossì, rappresenta l'essere umano, il fuoco che la (lo) brucia può essere il segno di una passione di dedizione ed elevazione, come evocano le immagini dei sacrifici; o invece il segno dell'imperfezione, della impurità insanabile, di un incorreggibile limite, che non potendo essere aboliti, impongono l'eliminazione. Ma questa prospettiva angosciante ha la sua soluzione capovolta; il nostro non è solo un ricordo, ma un'aspirazione. Se oggi bruciamo la Challà e ciò che rappresenta come parte di noi, in quanto esseri limitati, domani, come un tempo, dovremo e potremo conservarla e donarla in condizione di purità.

Rav Riccardo Di Segni