Nella Parashà di Emor sono presenti insieme argomenti di lutto e gioia. Essa apre con l'avvertimento ai Cohanim di non rendersi impuri a causa dei morti (eccetto sette familiari) e di non strapparsi i capelli a causa di un defunto, e si conclude con la larga elencazione delle feste dell'anno che sono per l'uomo giorni di riposo e felicità.
L'aggregazione di tali argomenti e il loro ordine viene qui a insegnarci una regola di vita per il singolo e per la collettività: anche nei periodi di disgrazia e sventura, quando la fortuna non ci sorride, in un aspetto della vita o in un altro, è proibito cadere nel baratro della disperazione e della perdita di speranza, bensì abbiamo l'obbligo di reagire alla rovinosa angoscia che è parte inseparabile dell'esistenza, e sperare nell'arrivo dei giorni buoni: i giorni di festa e gioia.
A questo riguardo il sapiente commentatore e poeta Rav Ibn Ezra dice: "Degli effetti del giorno non spaventarti, come giungono così se ne andranno...". (Parperaot LaTorah)
È scritto: "Per sei giorni l'opera verrà fatta ma il settimo giorno..." (Levitico 23,3).
C'era una volta un chassid che possedeva una vacca con la quale arava il suo campo. Dopo qualche tempo tale chassid andò in rovina e dovette vendere la sua vacca a un non ebreo. Il nuovo acquirente fece lavorare la vacca per sei giorni. Al mattino dello Shabbat questi fece uscire la vacca per arare il suo campo, ma essa si accovacciò e non volle lavorare. Egli la picchiò ma essa non si mosse dal suo posto.
Visto questo, il non ebreo andò presso il chassid e gli disse: "Riprenditi la tua vacca! Per sei giorni l'ho fatta lavorare, ma quando l'ho portata fuori di Shabbat essa si è accovacciata e non ha voluto saperne di lavorare; e nonostante le percosse non si è spostata dal suo posto". Avendo udito ciò, il chassid capì per quale motivo la vacca non volle lavorare: perché essa era abituata a non lavorare di Sabato.
Disse il chassid al non ebreo: "Conducimi dalla vacca e io te la farò lavorare". Giunto dalla vacca, il chassid le bisbigliò: "O vacca, vacca, quando stavi al mio servizio riposavi di Shabbat; ma ora, a causa dei miei peccati ho dovuto venderti a un non ebreo, per favore adesso alzati e fai la volontà del tuo nuovo padrone". Immediatamente la vacca si alzò per mettersi al lavoro.
Disse il non ebreo al chassid: "Non ti lascerò andare finché non mi rivelerai cosa hai fatto alla vacca e cosa le hai detto! L'hai forse stregata!?". Rispose il chassid: "Le ho semplicemente detto che ora lei è al servizio di un non ebreo e deve lavorare di Shabbat".
Ascoltando tali parole, il non ebreo rimase scosso e turbato. Egli fece un ragionamento a fortiori: se la vacca, che non possiede né il dono della parola né intelligenza e discernimento, ha riconosciuto il suo Padrone, io, che sono stato creato dal Santo Benedetto a Sua immagine e somiglianza e ho ricevuto senno e discernimento, posso forse non riconoscere il mio Padrone!?
Immediatamente decise di convertirsi all'ebraismo ed ebbe il merito di studiare molta Torà e di venir poi chiamato Rabbì Jochanan Ben Torthà — Rabbì Jochanan Figlio della Vacca (in ricordo della vacca che lo fece convertire). (Parperaot LaTorah)