Nel X anniversario della scomparsa del Rabbino capo Alfredo S. Toaff, che fu direttore del collegio rabbinico e presidente della consulta rabbinica d'Italia, pubblichiamo questo suo lavoro inedito, documento del suo acume di studioso, della sua perizia di lettore di testi rabbinici e della sua passione per le ricerche storiche.

Il Talmud Jerushalmi (Succà 55b) e il Midrash Rabboth (Echà I,16 e IV,19; Esther I,2) ci narrano: — Al tempo dell'empio Troguinos gli nacque un figlio il 9 di Av e gli ebrei digiunavano, gli morì una figlia ed essi accendevano dei lumi. Si erano prima domandati: dobbiamo accenderli o no, e avevano concluso: "Accendiamoli, e quel che ci deve accadere accada pure". Le cattive lingue ne informarono la madre, la quale gli mandò a dire: "Invece di stare a domare i barbari, vieni e doma gli ebrei che si sono ribellati contro di te". Egli che pensava di arrivare in dieci giorni, ci arrivò invece in cinque, e trovò gli ebrei intenti a studiare la legge e particolarmente il versetto (Deut. XXVIII): "Egli susciterà contro di te un popolo lontano, dall'estremità della terra". Domandò loro: in che vi occupate? Guarda, gli risposero, ed egli: pensavo che avrei messo dieci giorni a venire, e invece sono arrivato in cinque. Li circondò colle sue legioni e ne fece strage. —

La seconda parte del fatto si trova anche nel Talmud (Succà LI b) coll'aggiunta del particolare che il romano venne per mare aiutato dai venti favorevoli.

Quantunque il nome del personaggio non sia troppo chiaramente espresso, i particolari che il racconto ci fornisce dettero luogo agli storici di stabilire, senza molte difficoltà, che non si possa trattare, come si sarebbe portati a pensare, dell'imperatore Traiano. Oltre a non essere ammissibile che la moglie di lui risiedesse in Oriente, Troguinios è una corruzione invece del nome Markios, in latino Marcius, e si allude a Marcio Turbone che fu governatore della Giudea sotto Traiano. Nel 116, ultimo anno di regno di quell'imperatore, gli ebrei si erano ribellati a Cipro, a Cirene, in Egitto, paesi barbari secondo il concetto romano. Niente di più facile che in cinque giorni di navigazione il generale fosse in grado di spostare il teatro della guerra da quei paesi alla Palestina.

I particolari di questa repressione sono dati dalle fonti stesse, le quali aggiungono che il sangue corse per il mare fino a Cipro: Vehalach Haddam Bayiam ad Kipros, e il Midrash aggiunge Hannar, fiume, con indicazione evidentemente errata mancando il redattore del racconto dell'esatta cognizione geografica. Ora, secondo l'opinione di storici insigni fra i quali il Graetz, la guerra di Cipro fu condotta appunto da Marcio Turbone il quale distrusse in Alessandria il famoso tempio di Onia. Quanto alla nascita del figlio e alla morte della figlia di Turbone, nulla di preciso sappiamo dalle nostre fonti. Certo risulta che il suo accanimento contro gli ebrei ebbe come causa dei risentimenti personali. È pure evidente che in quell'anno 116 si pagò assai cara l'osservanza della simpatica festa tradizionale: nuova prova per chi ne avesse bisogno, che i nostri seguivano impavidi la loro strada, senza per nulla preoccuparsi di ciò che dello splendore delle loro feste e del loro attaccamento alla fede dei padri avessero dovuto pensare i dominatori romani.

L'obbligo fatto dai Talmudisti alle donne di prendere parte attiva alla festa di Chanuccà, per la ragione che esse pure beneficiarono della miracolosa liberazione operata dagli Asmonei (Nashim Chayiavot Bener Chanuccà Deaf En ayiu Beoto Hannes = Shabbat 23 a), consigliò alcuni storici a ricercare i vantaggi che alle donne particolarmente vennero dalle guerre dei Maccabei. Un commento di Rashi a quel passo ha dato luogo a molte ipotesi più o meno verosimili.

Egli dice che le donne dovettero soggiacere a indegne sopraffazioni per parte dei nemici e che per opera di una donna fu fatto un miracolo, parole, come ognuno vede, molto generiche e che non trovano riscontro nel libro dei Maccabei né in Giuseppe Flavio, fonti autorevolissime. Così si ricorse a ipotesi invero assai strane e da critici di valore come il Kraus si tentò con argomenti quanto mai artificiosi di dimostrare come si siano riportate ai tempi dei Siri, e cioè all'origine di Chanuccà, le persecuzioni contro le donne, potendosi in epoca di dominazione dei romani accusare apertamente loro di così turpi violenze.

Ci si partì per tentare questa dimostrazione da un presupposto anch'esso molto dubbio e cioè da un'apologia col libro apocrifo di Giuditta e si disse: sotto i babilonesi e gli assiri, le donne non ebbero a subire violenze, quindi quelle che si attribuiscono al lascivo generale assiro Oloferne, sono invece adombrate le nefandezze di Lucio Quieto e di altri capitani romani ai quali si aveva paura di ascriverle. Infatti, si aggiunge, il libro di Giuditta fu scritto verso la fine del regno di Traiano e il principio di quello di Adriano. Similmente, siccome una persecuzione contro le donne avvenne in quel periodo (persecuzione di cui si hanno accenni anche nelle fonti Talmudiche e Midrashiche) e dalla crudeltà del generale romano Turbone, gli ebrei furono liberati, quasi per miracolo, così risolvettero di associare le donne alla commemorazione della loro libertà e riallacciarono la celebrazione di questi ricordi a Chanuccà, la festa alla quale la persecuzione di Turbone non era estranea.

Ognun vede quanto grande sia la stranezza di certe ipotesi per le quali si vuole ammettere che a commemorazioni preesistenti si aggiungessero in seguito nuovi scopi e nuove ragioni. In ciò potremmo anche concordare ove ne sentissimo imperiosa volontà per renderci conto di fatti in altra maniera inesplicabili. Per contro notiamo innanzi tutto che i nostri libri sembrano parlare di violenza alle donne piuttosto ai tempi degli Asmonei che a quelli dei romani. Dei romani, cioè di Turbone, si legge nel citato Midrash: — Disse alle donne: ubbidite alle mie legioni, altrimenti io vi faccio quello che ho fatto agli uomini; gli risposero: fa ai più deboli ciò che hai fatto ai più forti; subito le circondò con le sue legioni e ne fece strage. Il sangue di queste si mischiò col sangue di quelli e si fece strada nel mare finché giunse a Cipro. Un santo spirito gemeva e diceva: per essi io piango. — Non è certo da questo squarcio di Midrash che sia lecito stabilire l'esistenza di leggi dirette particolarmente contro le donne.

Ma, posto pure che all'epoca romana debbano riportarsi alcuni squarci talmudici e midrashici che di violazioni di donne si occupano, noi vorremmo, per spiegare l'estensione dell'obbligo di Chanuccà in base a essi, che nessuna traccia ci risultasse di partecipazione femminile all'epoca maccabaica.

E forse neanche in questo caso ci daremmo per vinti. Si noti intanto l'espressione Talmudica d'obbligante le donne alla celebrazione di Chanuccà, identica a quella che impone loro di festeggiare il Purim (Nashim Chayiavot Bemiqra Meghilla Sheaf en Haiu Beoto Hannes) = "Le donne sono obbligate alla lettura della Meghillà perché esse pure ebbero parte in quel miracolo". Si può dire per il Purim che l'eroina della festa è una donna, senza l'intervento della quale la liberazione d'Israele non sarebbe avvenuta. Ma d'altro canto pure indipendentemente da lei, non parteciparono anche le donne ai vantaggi derivati dall'abrogazione del decreto di Aman? Similmente nel caso attuale le vittorie dei maccabei non portarono la salvezza degli uomini come quella delle donne? Questa considerazione basterebbe già da sola, per dar ragione da vedere ai Talmudisti di aver voluto che esse pure si associno ai festeggiamenti di Chanuccà e all'accensione delle faci di allegrezza.

Ma c'è di più; senza ricorrere agli avvenimenti del tempo di Traiano e di Adriano, credo si trovino nella storia dei Maccabei avvenimenti nei quali le donne figurino come protagoniste. Si parla in Meghillat Ta'Anit c.6 di una figlia di Matatià Ben Yochanan, sommo sacerdote, sorella cioè degli eroi maccabei, che ebbe a subire un tentativo di violenza. È stato osservato che il nome Qastryiot = lat. Castra, che figura in questo racconto, ne tradisce l'origine romana, quantunque si tenti di riportarlo ai tempi dei maccabei. Si potrebbe a ciò rispondere che il redattore tardo avrebbe usato una terminologia della sua epoca, e quindi vedere nel fatto una bella prova che anche contro donne si infierì sotto Antioco Epifane.

Tuttavia siamo anche disposti a fare a meno di questo argomento, purché non ci si neghi senz'altro che le donne siano state vittime pur esse della tirannide siro-macedone. È noto l'episodio Talmudico di quella madre cui furono uccisi uno dopo l'altro sette figli perché non avevano voluto rendere omaggio alle divinità pagane, che, dopo aver resistito a tanto strazio, si tolse la vita; e degni di rilievo sono due altri fatti narrati nella Meghillat Antiocos, di quella donna che fu impiccata col marito perché avevano fatto circoncidere il proprio bambino, e dell'altra di cui si dice (merita riprodurre le parole testuali): — Una donna che dopo la morte del marito aveva partorito, circoncise il proprio bambino a otto giorni e con esso salì sulle mura di Gerusalemme e disse: a te parlo, o empio Bacchide; né noi né i nostri figli intendiamo venir meno alle tradizioni dei nostri padri: sabato, capo di mese, circoncisione non saranno dimenticati dai figli dei nostri figli. Così dicendo, lasciò andare il figlio, gli si precipitò dietro essa stessa, e morirono entrambi. — Per quanto tarda si ritenga la redazione di questo documento, è certo che i due fatti si riferiscono all'epoca maccabaica e sono da porsi fra i tanti in cui si riferisce in quel periodo l'eroismo muliebre. Chi affermerebbe poiché, anche in tesi generalissima, dalla liberazione da quel flagello non si avvantaggiassero anche esse? Comunque, anche se i loro uomini soltanto fossero stati colpiti non ne avrebbero esse subite le funeste conseguenze?

Di un altro fatto non privo di interesse ci dà notizia in due passi il Talmud di Gerus. (Ta'anit 66 a e Meghillà 70 d) e in uno quello di Babilonia (Rosh Hashanà 18 b), quasi colle stesse parole: leggevo ieri, dice R. Yochanan, che una volta, durante Chanuccà, istituirono un giorno di digiuno in Lydda; in quella occasione R. Eliezer si fece rader la barba, e R. Yehoshua prese un bagno. Ambedue dissero: "Ora andate e fate un altro digiuno per il digiuno che avete fatto". Non occorre indugiarsi troppo per spiegare l'atteggiamento dei due dottori: col radersi e prendere il bagno intendevano di fare una pubblica protesta, di dimostrare apertamente, cose proibite in giorno di lutto, come essi fossero contrariati alla istituzione del digiuno. Dissero poi che per espiare la colpa di aver digiunato a Chanuccà dovevasi nuovamente digiunare.

Quale la ragione dell'ostilità dei due dottori contro la deliberazione in parola? L'espresso divieto di digiunare nei giorni festivi, fra i quali è da considerarsi Chanuccà, che nella Meghillat Ta'anit si annovera tra le feste in cui il digiuno è formalmente proibito. Se così è, qualche grave ragione deve aver consigliato il supremo moderatore dell'ebraismo in quel tempo a passar sopra alla proibizione. Vediamo. Lydda, nella Palestina meridionale, città totalmente ebraica, fu negli ultimi anni del patriarcato di Rabban Gamliel sede del sinedrio dopo Yavne, che ragioni di convenienza avevano consigliato di abbandonare. Rabban Gamliel stesso morì con grande probabilità, nel primo anno del regno di Adriano, cioè nel 117-118.

Abbiamo già veduto a quale orribile repressione avesse dato luogo, per opera di Turbone, la Chanuccà del 116. È evidente che dopo essa gli animi non si calmarono e che gli ebrei, in segreto, prepararono la riscossa. Da Lydda, dove certo si erano riuniti i più scalmanati cospiratori, partì il segnale della rivolta che finì, com'era necessario data la grande inferiorità numerica degli ebrei, colla loro sconfitta. Grave dovette essere la disfatta e considerevole il numero di coloro che perdettero la vita per la patria e per la fede, se a più riprese, nei testi rabbinici, si esalta la gloria e il merito loro: Harughé Lud en Lefanim Mimmechizatam (Pesachim 50 a, Batra 10 b, Kohelet Rabbà, IX,10).

Fra gli ebrei numerosi di Lydda, due solamente se ne conoscevano, dei quali, sebbene non si dica chiaramente che guerreggiarono coi romani, numerosi accenni li farebbero credere i capi dell'insurrezione. Nel Talmud e nel Midrash è detto che furono condannati a morte da un capitano romano che sembra potersi identificare con Marco Turbone, e che scamparono al supplizio quasi per un miracolo. Sono Giuliano e Pappos, due fratelli di Alessandria, che i testi palestinesi chiamano Shemaya e Achiya (questo era il loro nome ebraico, l'altro quello greco, che allora, come oggi, si aveva l'abitudine di aggiungersi). L'arrivo improvviso di due funzionari romani Dyoplin o Doplediploi o Duumviri (forse) che destituirono il governatore, fece riacquistare ai prigionieri la libertà.

Sul trono di Roma a Traiano era succeduto il pacifico Adriano, il quale, volendo ricondurre la tranquillità nelle provincie, pensò subito di porre un freno alla crudeltà dei suoi luogotenenti, fra i quali Turbone non si distingueva per mitezza. Gli ebrei esultarono per la scomparsa del feroce imperatore e il 12 Adar, data in cui ebbero la lieta novella, fu dichiarato festivo col nome di giorno di Traiano, Yom Traianos.

Ma neppure i primordi del regno di Adriano portarono agli ebrei di Palestina un po' di quiete. Il nuovo imperatore, forse per ragioni politiche, venne meno alla promessa che aveva loro fatto, di permettere la ricostruzione del Tempio ed essi di nuovo si sollevarono. Capi della nuova insurrezione, Pappo e Giuliano. Nuove numerose vittime e spietata repressione per mano di un nuovo governatore Lucio Quieto. Ecco il polemos shel Quietos dei Talmudisti. Grave periodo fu quello per la Palestina e il sinedrio ordinò un digiuno. Quando poi dell'assassinio di una figlia del governatore accusarono gli ebrei, la condizione loro si fece anche più triste. Fu allora che nel momento del pericolo generale il sinedrio stabilì un periodo di digiuno che non doveva cessare neppure durante i giorni di Chanuccà. A nulla valsero le proteste di Yehoshua Ben Chanania e di Eliezer Ben Orqanos; la decisione di Rabban Gamliel fu ratificata. Però il digiuno non mutò la situazione. Per migliorare la sorte dei loro fratelli, Giuliano e Pappo decisero di denunziarsi come assassini del governatore. La sentenza di morte, pronunziata contro di loro, fu eseguita in Lydda, proprio in quel giorno che l'anno prima era stato dichiarato festivo, nell'Yom Trajanos che per quella triste coincidenza venne abrogato.

Tanto pare sia lecito rilevare dalle notizie molteplici ma laconiche e contraddittorie che Talmud e Midrashim ci forniscono sulla festa di Chanuccà e sui dolorosi avvenimenti che alla fine del regno di Traiano e al principio di quello di Adriano ne funestarono la lieta celebrazione. Certo è che essa corse in quel periodo un grave pericolo. Quando, sotto il patriarca Rabban Gamliel, si discuteva se Betela Meghillat Ta'anit, cioè se in tempo di persecuzione e di pericolo, cessato il regno ebraico, le feste commemorative istituite durante il secondo Tempio dovessero ancora mantenersi, En Shalom Zom, ove l'opinione di lui avesse prevalso, questi giorni sacri alla memoria dell'eroismo dei padri non avrebbero nella memoria di noi, tardi nepoti, che un'eco lontana e forse il tempo che tutto cancella avrebbe disteso su quei fatti meravigliosi il velo dell'oblio.