Per comprendere il significato di Chanukkà dobbiamo guardare a Purim.

Abbiamo imparato, a proposito di Purim, che questo fu l'evento capace di insegnarci come restare in relazione con Hashem anche quando la sua realtà non era più manifestamente visibile a noi e senza aver bisogno della sua presenza effettiva.

Quest'adattamento fondamentale dal periodo del primo al periodo del secondo Beit Hamikdash, dal tempo in cui la realtà di Hashem era una quotidiana esperienza di verità per tutti gli ebrei (attraverso la sua presenza tangibile), ad un tempo in cui non era più possibile incontrare Hashem direttamente, avvenne proprio attraverso gli eventi di Purim. Fu allora che i Benè Israel reagirono alla minaccia di distruzione che incombeva su di loro con la nitida comprensione che a dispetto dell'esilio era ancora possibile trovarsi nella più completa intimità con Hashem, malgrado la sua invisibilità, sperimentata qui per la prima volta. Il processo di Purim ha posto in essere un periodo di consapevolezza indiretta del Creatore, la capacità di vederlo anche dove la sua presenza non è più manifesta, che costituisce il segreto della sopravvivenza nella galut, nell'esilio.

Eppure, anche se dopo la distruzione del primo tempio e alla vigilia della costruzione del secondo tempio il popolo d'Israele viveva in una situazione in cui non era possibile percepire la presenza di Hashem direttamente; nessuno poteva seriamente pensare di mettere in questione le verità della sua Torah.

La tradizione trasmessa di generazione in generazione era salda e completa. Non c'era nessuna possibilità per un ebreo di mettere in forse la validità della propria fede.

Una minaccia totalmente differente, rispetto a quella rappresentata dal rischio della distruzione fisica nei fatti di Purim, sorse allora per mettere in forse la sopravvivenza del popolo ebraico.

Yavan, la Grecia venne ad offrire agli ebrei l'apostasia, ma questa volta in un aspetto non più repellente, quale quello assunto dalla minaccia dello sterminio fisico sperimentata a Purim. In una forma attraente. Un'apostasia mascherata, indiretta. Quindi nella sua realtà più profonda e più insidiosa.

Che cosa chiedeva agli ebrei la Grecia?

Comprenderlo è importante per misurare quale fu il pericolo e quale antidoto fu necessario sperimentare.

Il primo problema con cui dobbiamo confrontarci, se analizziamo gli eventi di Chanukah, è il seguente, considerevole enigma. La politica elaborata dalla cultura greca e in particolare da Alessandro Magno può essere riassunta nel motto: conquista, regna, ma non interferire con la religione dei popoli che hai assoggettato. I greci avevano scoperto molto presto che intervenire nei fatti religiosi dei popoli conquistati significava scatenare conflitti e tensioni pericolose e del tutto inutili.

Volete praticare questa o quella religione, venerare questi o quegli dei? Fate come preferite. A condizione che restiate soggetti al dominio greco. Adorate chi meglio credete, non ci immischieremo.

Se questa era la loro politica, perché da un momento all'altro si resero allora conto che la cultura ebraica era l'unica, fra le innumerevoli religioni con cui avevano a che fare nei loro domini, da considerare del tutto intollerabile? Non si trattava certamente della più grottesca fra tutte le culture da loro frequentate.

Volevano impedire lo Shabbat, la Milà. Ma perché? Perché proibire la Milà? Che fastidio, che danno poteva mai provocare? È questo l'enigma da sciogliere.

Per risolverlo dobbiamo comprendere i motivi del conflitto che avvenne fra la Grecia e Israele. Dobbiamo comprendere cosa significa Gerusalemme e cosa significa Atene.

Atene rappresenta la filosofia, il ginnasio, l'estetica. Che cosa hanno in comune questi tre concetti e perché sono opposti a quello che significa Gerusalemme?

Atene rappresenta il primato dell'uomo. Gerusalemme il primato di Hashem.

Atene ci dice: serviremo D-o a nostro modo, ma quello che più ci importa è di affermare che l'uomo da solo determina e controlla il proprio destino. Siamo noi a generare noi stessi. Tutto emana da noi. Per questo motivo vogliamo far crescere le nostre conoscenze filosofiche, curare i nostri corpi ed esercitarci nella realizzazione del bello.

Un proposito che seduce. La cultura del ginnasio seduce. Per la perfezione dei corpi, per i buoni riflessi, per l'idea di benessere fisico che comporta. La filosofia seduce, indicando che l'uomo da solo può trarre le proprie conclusioni sulla vita. E naturalmente l'arte seduce, l'apprezzamento della bellezza, il riconoscimento delle forme più ricercate e il gusto di viverci a contatto.

Per questo Atene rappresenta l'idea della supremazia dell'uomo.

Gerusalemme, d'altro canto, esiste per testimoniare che l'uomo ha la sua giustificazione solo in qualcosa che lo trascende. Che non può trovare la sua verità, il suo fine e il suo significato all'interno di se stesso, ma solo in qualcosa di più grande di lui, in qualcosa che è al di fuori, che è oltre.

Esiste per affermare che non c'è modo di trovare un fine all'interno del concetto d'umanità in quanto tale. Ci deve essere qualcosa che va al di là, che trascende e che è più grande dell'uomo, attraverso il quale possiamo raggiungere un senso di completezza, di grandezza e di nobiltà.

Non è altro che questo, il conflitto fra Atene e Gerusalemme.

Un conflitto che la Grecia non aveva bisogno di affrontare con nessun altro popolo.

In ogni altro popolo la stessa idolatria muove ogni comportamento proprio nell'ambito dei confini umani.

Per gli ebrei l'uomo è un'emanazione di Hashem. Mentre per i goyim D-o sarebbe un'emanazione dell'uomo. Vedono una divinità nella loro ombra, nelle loro caratteristiche, nei loro ideali. Attribuiscono ai loro dei quegli stessi comportamenti che vorrebbero assumere loro stessi, se potessero godere di poteri illimitati. Bere e godere, senza soffrirne le conseguenze.

I loro dei sono fatti a immagine dell'uomo e su di essi proiettano le loro voglie, le loro speranze e le loro ambizioni. E così come li vedono li raffigurano e li rappresentano.

Per Israele, fortunatamente, è l'uomo ad essere fatto secondo l'immagine di Hashem. In questo modello l'essere umano formula se stesso e trova se stesso.

Ciò significa che Gerusalemme è proiettata verso Hashem, Atene verso l'uomo.

È questo un conflitto fra due inconciliabili estremi.

I greci potevano tollerare che ogni popolo venerasse il proprio idolo, poiché la cultura comune restava la cultura ellenistica. Tutti frequentavano i teatri, il ginnasio e accettavano i valori greci, la visione del mondo che emanava da Atene. In questo caso nessuna differenza di rituale poteva creare problemi.

Ma gli ebrei non avevano da contrapporre un rituale differente, avevano da contrapporre valori diversi. Valori in opposizione a tutto quello che la cultura greca rappresenta.

Quando ci si riferisce ad Atene, del resto, non ci si può limitare alla sola vicenda storica greca. Roma assunse il compito di diffondere con mezzi ben più potenti gli insegnamenti della cultura ellenistica.

I cattolici romani continuano a combinare insegnamenti dalla nostra Torah con insegnamenti di Atene. La cultura di Yavan divenne parte importante anche dell'identità di Edom.

Questo è il conflitto. Lo stesso conflitto che continuiamo a vivere anche nei giorni nostri. Questo è il dilemma. Siamo orientati verso Hashem o verso l'uomo? A chi appartiene il primato? Ad Hashem, con la conseguente necessità di protenderci per innalzarci a lui; o piuttosto all'uomo, con la necessità del ginnasio, dell'accademia, della venerazione del corpo e della mente, il culto della bellezza, della perfezione della figura umana? Il conflitto non è altro che questo.

E attraverso questo conflitto si realizzarono i fatti di Chanukah. Perché i greci non erano infastiditi dagli ebrei in quanto ebrei, ma in quanto persone orientate verso Hashem. Il loro desiderio non era quello di distruggerli. Gli ebrei avrebbero potuto, pensavano, essere orientati verso l'uomo e restare ebrei. Come? Semplicemente rinunciando alla Torah orale, alla Torah she-be-al-pe.

Perché fintanto che ignoriamo le regole di comportamento che ci contraddistinguono e ci limitiamo a leggere le pagine del Chumash o del Tanakh, possiamo ottenere tutto quello che più ci comoda. Siamo noi a determinare le regole del gioco. Siamo noi a fissare i valori. Sul testo del Chumash è possibile sovrapporre quello che meglio si desidera e in cui si preferisce credere.

Solo nella Torah she-be-al-pe, solo dalla nostra legge, noi riceviamo un insegnamento chiaro e inconfondibile.

Per essere immersi nella cultura dei greci, quindi, è sufficiente rigettare la Torah orale. Nessuno obietterà alla vostra religione, a condizione che abbandoniate la base di valori e di significati che derivano dalla Torah orale e che non possono trasparire chiaramente dalla Torah scritta.

Esplose, allora, il conflitto. E fu letteralmente attraverso l'applicazione della Torah orale che la vittoria fu messa a segno.

Gli ebrei resistettero, ma venivano sistematicamente massacrati. Per una ragione molto semplice.

I greci venivano e attendevano lo Shabbat. Di Shabbat uscivano e cercavano le caverne dove gli ebrei si rifugiavano per ucciderli. Sapevano che non avrebbero combattuto durante quella giornata.

Perché mai attaccarli nel mezzo della settimana e rischiare delle perdite umane, quando di Shabbat sarebbero state delle vittime passive e si sarebbero lasciati uccidere senza opporre resistenza.

Mattatyahu venne e affermò che per salvare la vita potevano dissacrare lo Shabbat. Combatterono di Shabbat e questo fu l'inizio della loro vittoria. Ma cosa c'era di nuovo in tutto ciò?

È una legge nota a tutti che gli ebrei per salvare la propria vita sono autorizzati a violare lo Shabbat. Una legge data a Moshè sul Sinai, come anche un'esperienza storica più volte ripetutasi. Gli ebrei hanno sempre combattuto di Shabbat. E se non lo avessero fatto sarebbero stati cancellati. Come mai in questa occasione si lasciavano sterminare senza reagire? Possibile che non fossero informati che David aveva passato la sua vita a combattere di Shabbat?

In realtà erano ben note anche a loro le regole del Kiddush Hashem. L'Halachà del Kiddush Hashem, infatti, impone a ogni ebreo di essere pronto a morire esclusivamente per evitare la trasgressione di tre Mitzvot. Le colpe che non possono essere commesse a nessun costo, che bisogna evitare anche al prezzo di sacrificare la propria vita, sono l'omicidio, l'idolatria e l'incesto. Ma per tutte le restanti 610 Mitzvot della Torah la regola è che un ebreo minacciato di essere ucciso deve essere pronto a violarle.

È però possibile che si verifichi in un determinato periodo storico (chiamato Beshe'at Hashmad, l'ora della distruzione) una situazione per la quale gli ebrei devono essere pronti a morire pur di non commettere nessuna violazione delle proprie leggi. Questo è il tempo in cui i goyim vogliono imporre agli ebrei non di commettere colpe, ma di commettere colpe al fine di commettere colpe. Per comprendere meglio sarà forse utile un esempio pratico. Se un goy minaccia un ebreo: costruiscimi una casa di Shabbat o ti ucciderò, è perché ha bisogno di una casa. Dobbiamo violare lo Shabbat per non essere uccisi.

Ma se ordina: devi violare lo Shabbat o ti ucciderò. Costruiscimi una casa senza che io ne abbia bisogno. Voglio solo vederti calpestare lo Shabbat. Allora è diverso.

In questo caso la regola è che dobbiamo farci uccidere senza violare lo Shabbat. Se ci troviamo in un periodo o in una situazione in cui i goyim cercano di costringere gli ebrei ad abbandonare la loro accettazione delle Mitzvot, allora dobbiamo essere pronti a morire per ciascuna di esse.

Messi di fronte al tentativo di imposizione della cultura ellenistica, gli ebrei erano ben consapevoli di trovarsi a che fare con una minaccia di questo genere. Di conseguenza pensavano di non essere autorizzati a combattere durante lo Shabbat. Si prepararono quindi a morire, pur di non violare lo Shabbat.

Venne Mattatyahu e disse loro: stiamo commettendo un errore. Se siamo sul punto di arrenderci ai goyim, il din del Kiddush Hashem è di morire piuttosto che di arrendersi, ma se siamo in grado di resistere, allora abbiamo il dovere di farlo e non più quello di lasciarci uccidere.

L'Halachà, infatti, vuole che ci dimostriamo pronti a morire per ogni mitzvà nel senso che dobbiamo sacrificare la nostra vita piuttosto che arrenderci all'idea di abbandonare il rispetto della legge, ma se siamo in grado di combattere, di resistere e sfidare chi cerca di costringerci, allora l'halachà ordinaria, quella che impone di violare lo Shabbat per salvare una vita, torna in essere.

Gli ebrei quindi insorsero e resistettero ancora. E venne la vittoria.

Tutto questo è Torah she-be-al-pe. La forza di usare l'intelligenza, il giudizio, lo slancio con cui applicare appropriatamente le leggi della Torah ha dato a Israele la forza per raggiungere la vittoria finale. E la fonte della vittoria sta nella Torah orale.

L'attacco era rivolto alla Torah orale. Attraverso la Torah orale abbiamo resistito.

Ciò che non contiene, naturalmente, solo una lezione di strategia, ma un insegnamento molto più profondo.

È nella Torah orale che il primato di Hashem ha le sue fondamenta. È nella Torah orale che troviamo l'antitesi ad Atene.

I greci ripetono agli ebrei: noi rappresentiamo il compimento dell'animo umano. Gli ebrei proclamano: Voi siete condannati ad essere subordinati. La vera realizzazione dell'animo ebraico è nella verità finale. Nella Torah. È nella verità ultima che la mente ebraica raggiunge la più alta e la più nobile realizzazione dell'intelligenza umana.

È attraverso la responsabilità che si assume nella Torah, che un uomo raggiunge il suo punto più alto e più nobile. È in questa capacità di esplorare la realtà definitiva del mondo, in questa capacità di trovare istruzioni valide per la nostra mente e per le nostre umane potenzialità, che deve essere individuata la vera grandezza dell'uomo.

Proprio nei parametri della Torah orale, di uno studio capace di fornire l'unità di misura delle realizzazioni umane, le istruzioni sulla base delle quali i talenti mentali e fisici possono essere indirizzati, e un'appropriata relazione del corpo con la mente, proprio là è possibile individuare la stessa ambizione di grandezza della Grecia, ma in una prospettiva che rende effettivamente concreta la possibilità di essere costruttivi ed eterni.

Ma quando ci si pone al di fuori di questa guida, si è destinati prima o poi a scoprire di essersi smarriti. Proprio ciò che avvenne, infine, alla Grecia e alla cultura greca.

La resistenza alla cultura ellenistica può avvenire quindi solo per mezzo della Torah orale.

E la nostra risposta si rende quotidianamente ancora necessaria, nell'incessante conflitto fra una scienza della mente umana e dei valori umani e i valori che gli ebrei continuano a rappresentare. Un'idea di primato della mente umana che è stata utilizzata per cercare di distruggere la fede ebraica, la vita ebraica e la vita della nazione ebraica in quanto tale.

Da dove abbiamo tratto la forza di resistere? Solo dalla Torah orale. Solo la Torah orale ci rende capaci di superare gli attacchi miranti a cancellare gli ebrei in quanto popolo a sé stante. Ed è solo nelle yeshivot, là dove la Torah orale si apprende, che un ebreo può, anche nei nostri tempi, trovare l'energia e la capacità di affrontare le sfide del presente.

Qual è la connessione con la festa di Chanukah? Il miracolo di Chanukah è il miracolo di essere capaci di affrontare la sfida della sopravvivenza. La celebrazione di Chanukah è la celebrazione del miracolo della luce. Ma in cosa consiste il miracolo della luce? La Menorà fu accesa in un modo miracoloso. E cosa rappresenta davvero la Menorà, la fonte della luce che illumina il mondo? Che cosa simboleggia nel sistema dei valori ebraici? La Torah orale.

Il candelabro acceso dal Cohen, dal sacerdote che aveva l'obbligo specifico di trasmettere la Torah orale agli ebrei, la Menorà che ha il compito di illuminare il mondo, rappresenta la fonte attraverso cui la Torah orale è portata su questa terra.

E come Hashem mostra la sua accettazione del sacrificio ebraico di Chanukah? Nella Torah orale, così come è simboleggiata dalla Menorà accesa. Il miracolo di Chanukah è espresso dal candelabro perché questa luce è la luce della Torah orale.

Non a caso il Talmud si interroga di fronte all'affermazione secondo la quale Purim costituisce l'ultimo dei miracoli. I rabbini sono increduli. Come è possibile chiamare Purim l'ultimo dei miracoli? È evidente che Chanukah viene dopo.

In realtà Purim è l'ultimo dei miracoli che potevano essere scritti. Purim appartiene ancora al Tanakh. È possibile scriverlo perché non appartiene ancora al mondo della Torah orale.

Chanukah non può essere scritta. Non c'è una Meghillà di Chanukah e il libro di Antioco né può far parte del Tanakh, né può essere compiutamente scritto.

Poiché l'essenza di Chanukah è tutta nella Torah orale. Tutta la sua forza è orale. Questi giorni sono quindi destinati a restare per sempre la festa della Torah she-be-al-pe.

Comprendiamo così, a partire da questo momento di festa, da questo periodo in cui l'uso della Torah orale ci rende consapevoli dei motivi per cui esistiamo, che la grandezza della mente umana deve essere cercata solo nell'accettazione delle indicazioni di Hashem. In questa subordinazione è possibile toccare il più alto grado di realizzazione cui un essere umano può ambire: avvicinarsi all'eternità e alla verità assoluta.

Tale ambizione può essere realizzata solo attraverso il riconoscimento di un primato che non ci appartiene. Sulla base di questa consapevolezza il popolo di Israele sfida Atene e sulla base di questa sfida assume una capacità di mantenere nel tempo la propria esistenza a dispetto di tutte le forze e di tutti i poteri. Una capacità che resta viva nonostante l'impressionante avanzata contemporanea dei poteri della scienza e della tecnologia e nonostante la perdita dei valori che lo sviluppo tecnologico e scientifico portano inevitabilmente con sé. Non certo per i progressi che realizzano, ma per i valori che proclamano, quelli del primato umano, la nostra sfida resta viva.

La nostra non è una sfida contro quello che la scienza è capace di compiere, ma contro i principi che pretende di proclamare. Contro la sua tendenza ad essere non più un mezzo, ma un'ideologia, un'idolatria, una cultura che domanda un'adesione totalizzante.

Grazie all'energia che Chanukah infonde nell'animo ebraico ci sono dati i mezzi per resistere. Lo strumento specifico che usiamo è la nostra capacità di studiare e di dedicarci alla Torah orale. Di accendere la Menorà, che è il simbolo della Torah orale.

Dobbiamo infine comprendere la differenza fra un miracolo come Purim, entrato con la sua Meghillà a far parte del Tanakh, e un miracolo che non può essere scritto.

Un miracolo che può essere scritto è un miracolo che viene dall'alto, che è perfetto. A Purim, infatti, nessun ebreo fu ucciso.

Un miracolo che non può essere scritto è un miracolo che viene da qui in basso, che scaturisce dai nostri sforzi. È un miracolo in cui l'energia che ci è donata ci rende capaci di affrontare la battaglia. Ma siamo noi a dover combattere in prima persona. Per questo soffriamo. Per questo a Chanukah abbiamo terribilmente sofferto. Migliaia di ebrei furono uccisi a Chanukah.

La Torah orale è una nostra conquista. È una nostra responsabilità. Con tutte le sofferenze, gli sforzi e le imperfezioni insiti nelle proprie opere. Proprio per questo il patto fra Hashem e il popolo di Israele avvenne attraverso la Torah orale.

Là dove noi riusciamo ad avvicinarci a lui e a raggiungerlo.

È questo il vero patto che ci lega a lui. Ed è per questo che noi siamo destinati ad essere completamente separati dai goyim.

I goyim possono usare la nostra Torah scritta. La Grecia legge la nostra Bibbia e la proclama. Ma non la nostra Torah orale.

Questa appartiene unicamente agli ebrei. Questo è il patto fra noi e Hashem e in questo patto noi troviamo il motivo della nostra separazione, della nostra unicità e la nostra ragione di essere in quanto popolo a sé stante senza disperderci nella massa delle altre genti.

La luce di Chanukah continua a compiere per noi il miracolo di rischiarare i motivi della nostra sopravvivenza, i valori che ci separano e ci fanno un popolo che vive da solo. Una nazione destinata a restare differente e unica fra tutte le altre.

(Rav Yaakov Weinberg)

Il testo che segue è tratto dagli appunti su una lezione dedicata a Chanukah e tenuta a Gerusalemme da Rav Yaakov Weinberg Shlita, Rosh Yeshiva della Yeshiva Ner Israel di Baltimora (USA).

La trascrizione e la traduzione sono a cura di Amos Vitale.