Pesach è la festa del passaggio del Signore sopra le case dei figli d'Israele per preservarli dalla decima piaga d'Egitto, ed è la festa dell'agnello pasquale mangiato un tempo durante la cena della prima sera di festa.

Pesach è la festa delle azzime, Chag Hamatzoth, come la definisce la Torah.
Pesach è la festa della primavera, Chag Haaviv, legata alla mietitura dell'orzo di cui una misura ('omer) doveva essere portata al Tempio come primizia il secondo giorno di festa prima di iniziare a consumare il nuovo raccolto.
Pesach è la festa della nostra liberazione (secondo l'espressione della liturgia) dalla schiavitù in Egitto, epoca della formazione di Israele in quanto popolo.
In Terra di Israele, Pesach dura dal 15 al 21 di Nisan incluso, nella Diaspora un giorno in più; ci sono due giorni festivi all'inizio e due alla fine, gli altri sono di Chol Hammo'ed.

Ma tutto il mese di Nisan è pervaso da un'atmosfera di festa in ricordo anche di altri avvenimenti importanti che ebbero luogo in tale mese, come la costruzione del Tabernacolo nel deserto e i sacrifici di inaugurazione dei capi delle dodici tribù. Durante il mese di Nisan sono soppresse le suppliche giornaliere (Tachanun) e le manifestazioni di lutto.
I preparativi per la festa di Pesach iniziano ancora prima di questo mese; un'antica tradizione vuole che trenta giorni prima di ogni festività si cominci a spiegare pubblicamente le relative prescrizioni. Questo dovere diventa ancora più imperativo per la festa di Pesach in considerazione della quantità e della complessità delle regole che la riguardano.
Il giorno dopo Purim, la padrona di casa inizia ad organizzare le grandi pulizie per togliere a poco a poco tutto il chametz. È scritto infatti: — Per sette giorni non vi sarà traccia di lievito nelle vostre case poiché chiunque mangerà del chametz sarà escluso dalla comunità di Israele (Es. 12,15). — Questo implica il triplice divieto di mangiare, di utilizzare, di possedere chametz per tutta la durata della festa.
Secondo la tradizione orale, per chametz si intende ogni prodotto delle cinque specie di cereali: grano, orzo, farro, avena e segale, che, per effetto di fermenti o sotto l'azione del calore o dell'umidità, subisce il processo chimico della fermentazione.
Durante le pulizie di Pesach non solo vengono tolte dalle scansie e dai cassetti tutte le provviste di farina, di pasta, di biscotti, ma, nella scrupolosa ricerca di pezzetti di pane o di molliche più o meno microscopiche, la casa viene sottoposta a una pulizia generale e radicale. Nonostante il detto alsaziano che la polvere non è chametz, i pavimenti vengono lavati e lucidati, i tappeti battuti, gli armadi rimessi in ordine, le tasche dei vestiti rivoltate.
Con l'avvicinarsi della festa, il numero delle stanze normalmente abitate si riduce o quantomeno la loro utilizzazione è sottoposta a particolari attenzioni per evitare che vi venga introdotto nuovamente il chametz.
Mentre toglie tutto il lievito dalla propria casa, l'ebreo osservante cerca contemporaneamente di estirpare tutti i fermenti che l'istinto del male, lo Yetzer Hara, è riuscito a porre nel suo cuore. Astenendosi dall'uso del lievito, simbolo della forza materiale, egli vuole anche testimoniare che la sua salvezza dipende esclusivamente dal Signore.

Vigilia di Pesach
Il 14 di Nisan, venuta la sera, il Ba'al Habbayth procede alla ricerca del chametz, la bediqà, consacrata da una benedizione. Alla luce di una candela, il padrone di casa, munito di una piuma per raccogliere le molliche rimaste e seguito da tutta la famiglia, passa e controlla tutte le stanze della casa. Ma dal momento che la casa è stata sottoposta a pulizie radicali da settimane, egli rischia di non trovare assolutamente niente e di aver pronunciato una Berachà Levattalà, una benedizione senza motivo. La padrona di casa a questo scopo nasconde piccoli pezzi di pane che i bambini si divertono a scovare.
La bediqà termina con una dichiarazione di annullamento, bittul chametz, originariamente redatta in aramaico: — Che tutto il lievito e il chametz che si trovano ancora in mio possesso, che io non ho visto e non ho tolto, siano considerati come nulli, simili alla polvere della terra. — Questa dichiarazione evidentemente non comprende il chametz lasciato per il pasto della sera e dell'indomani mattina, attentamente conservato in un mobile chiuso.
Questa benedizione viene ripetuta il mattino seguente verso le undici quando vengono bruciati gli ultimi resti del chametz (bi'ur chametz). In questo caso viene introdotta una leggera variante: — ... che io l'abbia visto o no, che io l'abbia distrutto o no... —.
La consumazione del chametz è autorizzata solo durante il primo terzo della giornata, vale a dire quattro ore dopo il levare del sole. Poi, se la quantità di chametz posseduta è tale da non poter essere distrutta, viene regalato o venduto a un non ebreo e tale vendita viene convalidata con un atto legale redatto in aramaico secondo le regole prescritte.
Generalmente il rabbino che si incarica di fare tale transazione a nome di tutti coloro che si sono rivolti a lui. Dopo la festa naturalmente è possibile riscattare e riavere indietro le stesse scorte alimentari.
A questo punto le scansie rimaste vuote vengono riempite con i prodotti alimentari speciali per Pesach che danno alla festa una fisionomia gastronomica particolare: pacchi di pane azzimo debitamente sigillati per garantirne la conformità alle norme, pacchetti di azzima macinata da usare al posto della farina, grasso d'oca, fecola, bottiglie di vino e di liquore munite di etichette che ne assicurano la conformità alle speciali regole alimentari in base alle quali nessun alimento o bevanda deve essere venuto a contatto con prodotti fermentati.
Anche le stoviglie usate durante l'anno vengono sostituite con quelle riservate esclusivamente a Pesach le quali vengono tirate fuori dalle scatole o dagli armadi in cui sono rimaste riposte per tutto l'anno. Le stoviglie che non possono essere sostituite vengono rese idonee mediante il procedimento della hag'alà o del libbun, a cui si procede solo ventiquattro ore dopo che sono state usate. Il primo di questi procedimenti si applica all'argenteria e alle casseruole e consiste nella loro immersione totale in acqua mantenuta a temperatura di ebollizione in un recipiente kasher per Pesach, e nel risciacquo in acqua corrente. Il secondo procedimento serve per le padelle per friggere e le gratelle e consiste nel lasciarle sul fuoco fino a renderle incandescenti. È così che viene kasherizzato anche il forno, indispensabile per preparare gli ottimi dolci di Pesach. Per kasherizzare i bicchieri invece bisogna riempirli di acqua e cambiarla tre volte in ventiquattro ore.
È usanza che in ogni famiglia il primogenito faccia il digiuno di 'erev Pesach in ricordo dell'angelo del Signore che colpì tutti i primogeniti egiziani, ma risparmiò i figli di Israele (Es. 12,27). Se il primogenito è minorenne, il padre digiuna al suo posto. Sono però dispensati dal digiuno coloro che partecipano a una Se'udath Mitzvà, vale a dire a un pasto in onore di una cerimonia religiosa come una circoncisione o il riscatto di un primogenito. Generalmente il rabbino, al fine di dispensare i fedeli da tale digiuno, cerca di terminare proprio quella mattina lo studio di un trattato del Talmud, Siyum, e di offrire quindi la prescritta Se'udath Mitzvà.
A mezzogiorno, sulla tavola già apparecchiata con le stoviglie di Pesach, non viene servito il pane, ma neppure il pane azzimo, per lasciare il piacere di gustarlo la sera, al momento della festa. Le ore seguenti sono dedicate agli ultimi preparativi culinari e alla preparazione del piatto per il Seder.
Questo è il momento che i più osservanti scelgono per cuocere le matzoth destinate alle prime due sere di Pesach, matzoth shel mitzvà o anche matzoth shemuroth, il cui grano è stato sorvegliato fin dalla mietitura; per le altre azzime è accettato che la sorveglianza inizi al momento della macinatura.

Il Seder
Al ritorno dalla sinagoga i convitati trovano la tavola sontuosamente preparata, ma in modo diverso dal solito: al centro troneggia il piatto del Seder su cui sono poste tre matzoth ricoperte da un tovagliolo. È il pane dell'afflizione, il simbolo della schiavitù, il ricordo della partenza verso la libertà, partenza tanto precipitosa che la pasta del pane non ebbe il tempo di lievitare.
Accanto vi sono altri piccoli recipienti con cibi dal valore simbolico. Prima di tutto il karpas, verdura, che può essere sedano o cerfoglio o una radice; a sinistra acqua salata o aceto; poi viene il maror, lattuga o rafano: erbe amare come amara era la vita di Israele in Egitto. Poi il charoseth, un impasto di mele, mandorle, vino rosso, in ricordo della malta e dell'argilla dei mattoni che gli ebrei dovevano fare per il Faraone. E infine la zeroa', uno zampino di agnello in ricordo dell'agnello pasquale, e un uovo sodo, secondo alcuni in ricordo dei sacrifici per questa festa, Chaghigà, o secondo altri segno di lutto per ricordare anche nel momento di gioia la distruzione del Tempio di Gerusalemme.
Al posto dei piatti c'è una coppa per il vino e il libro dell'Haggadà, il rituale della cena pasquale, spesso con traduzione a fronte e ingenuamente illustrato.
Nel corso della cena, tutti i partecipanti devono bere quattro bicchieri di vino a testimonianza della propria felicità e della propria riconoscenza a Dio. Quattro coppe, arba' kosoth, che corrispondono ai quattro aspetti della presenza divina, alle quattro tappe della liberazione: — Io vi farò uscire... Io vi libererò dai pesanti fardelli... Io vi salverò... Io vi sceglierò come popolo (Es. 6,6-7). — Davanti al padrone di casa viene posta e riempita una seconda coppa in onore del profeta Elia, futuro annunziatore della salvezza finale e in questa sera atteso in tutte le case in cui si celebra il Seder.
Il rito della cena inizia dopo che in cielo sono apparse le stelle e si svolge secondo l'ordine (Seder) prescritto che è riassunto in una poesia posta all'inizio dell'Haggadà: Qaddesh Urchatz...
Dopo il Qiddush, si vuota il primo bicchiere di vino stando appoggiati sul gomito sinistro, come un tempo facevano gli uomini liberi, distesi sui loro triclini. A Pasqua infatti ogni ebreo è un uomo libero, come se lui stesso fosse uscito dall'Egitto.
Il Ba'al Habbayth si lava le mani (Urchatz), intinge poi il Karpas nell'acqua salata, benedice Colui che ha creato i frutti della terra e ne distribuisce un pezzetto a tutti i commensali. Divide poi la matzà posta in mezzo alle altre due e ne lascia più della metà per l'Afkomen che verrà mangiato alla fine del pasto. A questo punto solleva il piatto del Seder e recita: — Ecco il pane dell'afflizione che i nostri padri hanno mangiato in Egitto. Chiunque ha fame, venga e mangi, chiunque è solo, venga e celebri il Seder con noi! —
Viene riempito ma non bevuto il secondo bicchiere di vino; la particolarità del rituale suscita la curiosità dei bambini ed è al più piccolo che è riservato il compito di porre le quattro domande rituali. Sono proprio i bambini infatti a essere al centro della cerimonia, ed è a loro che la Torah stessa destina il racconto di Pesach (Magghid): — In quel giorno tu racconterai a tuo figlio e gli dirai: a causa di ciò che Dio ha fatto per me quando sono uscito dall'Egitto (Es. 13,8). — Il bambino, o comunque il più giovane dei convitati, domanda: — In cosa è diversa (Ma Nishtannà) questa notte da tutte le altre notti? Perché mangiamo solo pane azzimo e non pane? Perché solo erbe amare? Perché si intingono due volte? Perché mangiamo appoggiandoci sul gomito? — Il padre allora risponderà seguendo il rituale, ma aggiungendovi spesso anche le proprie spiegazioni: — Eravamo schiavi del Faraone in Egitto... —

Il racconto prosegue, un passo si concatena con l'altro; ai versetti biblici si mescolano commenti della Mishnà e del Midrash: la narrazione passa dai rabbini di Bene Brak alle domande dei quattro figli, il saggio, il malvagio, il semplice e quello che non sa porre le domande; dalla schiavitù in Egitto alla durezza del lavoro. Vengono poi enumerate le dieci piaghe e per ognuna di esse viene versato in una bacinella un po' del vino contenuto nel bicchiere. A questo punto viene data la spiegazione delle tre mitzvoth di Pesach: l'agnello, le azzime, le erbe amare. Fanno seguito le lodi di Dayenu e dell'Hallel e viene bevuto il secondo bicchiere di vino. Dopo l'abluzione delle mani seguono le benedizioni sul pane, hammotzì, e la mitzvà delle matzoth (si mangiano le matzoth); si mette un po' di charoseth sulla lattuga e si loda Colui che ci ha ordinato di mangiare le erbe amare e infine si mangiano unitamente la lattuga, la matzà e il charoseth in ricordo di Hillel che introdusse questa usanza in ricordo del Tempio. Il pasto vero è proprio come una specie di intermezzo o meglio di interludio inserito nel rito sotto il paragrafo Shulchan 'Orech (la tavola pronta).
Il menu stesso, pur variando da paese a paese, da comunità a comunità, viene trasmesso all'interno di ogni famiglia come parte della tradizione se non del rito stesso.
Alla fine del pasto si mangia l'afikomen, il pezzo della seconda azzima che, nascosta (tzafun) all'inizio della cerimonia, deve essere ritrovata e divisa fra i commensali perché resti loro in bocca il gusto della mitzvà. Spetta ai bambini, con l'affettuosa complicità degli adulti, ritrovare l'afikomen, e chi lo troverà per primo riceverà un premio.
Viene riempito poi il terzo bicchiere di vino e la seconda parte del Seder prende inizio con la Birkath Hammazon.
Dopo aver bevuto il terzo bicchiere di vino, si apre la porta di casa come segno di fiducia in Dio e come atto di accoglienza per Elia, atteso questa sera in tutte le case ebraiche.
Viene recitato poi il versetto: — Riversa la Tua collera... (Salmi 79,6-7; 69,25; Lam. 3,66) — che annuncia il futuro annientamento del paganesimo.
Si beve l'ultimo bicchiere di vino esprimendo l'augurio di essere l'anno prossimo a Gerusalemme!, e mentre i più piccoli lottano con il sonno, il Seder termina con gli ultimi salmi dell'Hallel e i canti popolari di Addir Hu, Ki Lo Na, Echad Mi Yode'a, Chad Gadyà.
La preghiera che si recita prima di dormire è abbreviata in questa notte particolare che gode di una speciale protezione divina.
Nella Diaspora naturalmente il Seder viene ripetuto per due sere consecutive, le prime due sere di Yom Tov.

Il rituale
La formula che fa soffiare il vento e cadere la pioggia..., inserita nella 'Amidà durante i mesi invernali durante i quali in Israele cade la pioggia, in estate, presso i sefarditi, è sostituita con la formula che fa cadere la rugiada... mentre viene semplicemente soppressa dagli ashkenaziti.
Allo stesso modo della tefillath gheshem di Sheminì 'Atzereth, la preghiera per la rugiada, tefillath tal, viene inserita nella preghiera di Musaf del primo giorno di Pesach; gli ashkenaziti ne sottolineano l'importanza con il canto di piyutim di Eleazar Ha-Kalir, uno dei maestri della poesia sinagogale dell'alto Medioevo.

Il conteggio del 'Omer
E conterete, a cominciare dal giorno successivo a quello della festa, dal giorno cioè in cui offrirete l'offerta del 'Omer che deve essere agitato, sette settimane che siano complete: fino al giorno successivo alla settima settimana conterete cinquanta giorni e presenterete un'offerta di farinacei di prodotti nuovi al Signore (Lev. 23,15-16).
La seconda sera di Pesach inizia il conteggio del 'Omer (Sefirath Ha'omer), effettuato prima giorno per giorno e poi settimana per settimana. In sinagoga, dopo aver benedetto Colui che ci ha ordinato l'Omer, il rabbino, in piedi, proclama: — Oggi è un giorno nell'Omer — e la comunità ripete le sue parole. Il settimo giorno si annuncerà: — Oggi sono sette giorni, che sono una settimana nell'Omer — e così di seguito. Chi non assiste all'officiatura in sinagoga adempie al precetto a casa propria, preferibilmente all'apparire delle stelle se non addirittura di notte; a rigore può essere fatto anche di giorno, ma allora senza benedizione.
Questo computo deve essere interpretato simbolicamente come una preparazione quotidiana alla festa della Rivelazione, come periodo di congiunzione tra Pesach e Shavu'oth, tra la liberazione materiale dalla schiavitù in Egitto e la liberazione spirituale ottenuta grazie al dono e all'accettazione della Torah.

Chol Hammo'ed
Le stesse varianti nel rito che indicano il carattere semifestivo dei giorni di Chol Hammo'ed di Sukkoth si ritrovano a Pesach. Ogni mattina vengono presi due Rotoli della Legge; nel primo viene letto un passo della Torah relativo a Pesach, ogni giorno diverso, mentre nel secondo Rotolo viene letto il passo in cui sono ricordati i sacrifici di un tempo descritti in Numeri 28,19-25.
Nello Shabbath Chol Hammo'ed — o anche il settimo o ottavo giorno di Pesach se cadono di sabato — prima di prendere i due Sefarim viene recitato il Cantico dei Cantici, la Meghillà di primavera, interpretato come un duetto d'amore tra Dio e la comunità di Israele.
Mentre nelle sinagoghe di rito ashkenazita la lettura viene fatta individualmente e in silenzio, in altre comunità viene recitato con una speciale melodia e letto direttamente dal rotolo, allo stesso modo della Meghillà di Ester.
La haftarah del giorno narra la visione delle ossa disseccate che improvvisamente, in mezzo allo sconvolgimento di tutti gli elementi, si ricompongono e si rianimano grazie al soffio divino (Ez. 37,1-14).

I due ultimi giorni di festa
Secondo la tradizione, il settimo giorno dall'uscita dall'Egitto l'esercito del Faraone, lanciato all'inseguimento dei fuggitivi, annegò nel mare dei Giunchi. Questo episodio costituisce il tema liturgico della lettura della Torah per il settimo giorno di festa (Es. 13,17; 15,26).
In ricordo della morte degli Egiziani vengono soppressi alcuni salmi dell'Hallel; dice infatti Dio: — Come potrebbero i miei figli intonare canti di gioia mentre le mie creature sono perite nel mare? —.
La maestosità della festa verrebbe diminuita se fosse soppresso totalmente l'Hallel e perciò è stata scelta una via di mezzo. Anche l'Hallel delle mattine di Chol Hammo'ed viene recitato in forma ridotta perché ai giorni di Chol Hammo'ed non siano riservati quegli onori di cui sono stati privati i due giorni di festa.
La haftarah dell'ottavo giorno è presa da Isaia (Is. 10,32; 12,6); dopo i primi versetti che narrano la disfatta del re assiro Sennacherib, che, secondo la tradizione, ebbe luogo la prima notte di Pesach, la narrazione si apre a una bella visione messianica. Come a Sukkoth, le cerimonie di mattenath yad e hazkarath neshamoth precedono Musaf.
La sera, al termine della festa, la casa è nuovamente sottosopra: tutte le stoviglie per Pesach devono essere riposte nelle scatole e negli armadi dove resteranno per un anno e le normali stoviglie vengono rimesse al loro posto.
I sefarditi celebrano il termine della festa in maniera più solenne. La notte che scende è chiamata notte della Mimuna. Al ritorno da una lunga passeggiata spargono nelle stanze della casa fasci di grano che innaffiano poi con latte o latticello. Tale usanza era diffusa, con varianti tra regione e regione, tra gli ebrei dell'Africa settentrionale, in particolare tra gli ebrei algerini.
A partire dal primo Shabbath dopo Pesach, il pomeriggio, al posto dei Salmi, viene letto un capitolo dei Pirqè Avoth, Le massime dei padri, in cui si trovano riassunti gli insegnamenti morali della Legge orale.