L'ebreo, nel corso della Storia, ha ripetutamente sentito il bisogno di un aggettivo per definire la sua identità, come se non fosse sufficiente lo stesso termine scelto da Giona di fronte ai marinai: "Ivrì Anokhì" — "Io sono ebreo".

Essere ebrei, "Me-Ever ha-Nahar" (dall'altra parte del fiume), significa in primo luogo riconoscere il fiume che deve esistere tra le due sponde. La funzione dell'ebreo è quella di essere "alternativo", oppositore e critico della cultura dominante. A questo compito è chiamato il popolo d'Israele come individuo in esilio, come comunità organizzata e come Stato fra le nazioni.

L'ebreo in esilio ha spesso svolto il ruolo di traghettatore tra le due sponde: tra cultura classica e islamica, tra antichità e modernità, tra teoria e pratica, tra Oriente e Occidente; questo ruolo non è tuttavia l'unica ragion d'essere della sua particolarità. Chanukkà vuole insegnarci in primo luogo che solo se mettiamo fuori dalla finestra la nostra Chanukkià, la nostra proposta di luce al mondo, potremo dare un senso al nostro futuro.

In questi otto giorni in cui aumentiamo progressivamente i lumi, compiamo in modo reale e non simbolico il passaggio da Atene a Yerushalayim: ci rendiamo conto del pericolo dell'oscurità di una cultura totalitaria, omogenea o globalizzante; rispondiamo senza distruggere né creare modelli di disturbo, bensì proponendo noi stessi. L'educazione, il "Chinukh" (base della parola Chanukkà), è lo strumento di dialogo, ma soprattutto di identità.

La stessa convivenza in città, quanto viene semplicemente chiamato "civiltà", viene collegata dalla Torah all'educazione. Hanoch, discendente di Caino, decide di costruire una città chiamandola con il nome del figlio, Hanoch, per superare la condanna alla continua peregrinazione. La risposta al moto vuoto e ondivago della nostra società è proprio la convivenza sociale: la città o la comunità che disegna il proprio futuro entro le coordinate dell'educazione.

Quest'anno la comunità ebraica di Trieste festeggerà l'inaugurazione di due importanti edifici destinati all'educazione: la scuola e la colonia. Come nella "Bildung" (la costruzione di se stessi), l'azione non termina mai, ma deve essere continuativa. Sapranno gli ebrei triestini riempire di "contenuti educativi" questi edifici? Sapranno rivolgere il meglio dei propri sforzi alla costruzione di una identità dei propri figli? Sapremo aprire le nostre menti, i nostri cuori e le nostre istituzioni ad altri ebrei vicini e lontani?

Sapremo mettere la Chanukkià "fuori della porta", per dar luce ai nostri cuori e per far luce a quanti guardano al popolo ebraico come "luce delle genti", come luce di speranza per l'umanità.

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Rav Umberto Piperno
Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Trieste