Il mio modo di vederlo. Una riflessione intima e personale sul significato profondo dell'uscita dall'Egitto nella vita quotidiana di un ebreo contemporaneo.
Passando i giorni di Pesach chiuso nella mia stanza, con il lume acceso e molti libri sparsi sulla scrivania, lontano dagli amici, dal lavoro e tagliato fuori dal resto del mondo, ho riflettuto su quel famoso verso che più o meno dice questo: "...e lo racconterai ai tuoi figli, e ti sentirai come tu stesso uscito dall'Egitto".
Come può un ebreo sentirsi fuori dall'Egitto? Un ebreo del 2000 che in Egitto non ci è mai stato?
La risposta è venuta da sola: mi è bastato guardare il lume acceso, i libri ebraici sparsi sulla scrivania e la sensazione di unicità che quei giorni mi stavano dando; io solo nella mia stanza e il resto del quartiere rumoroso come al solito.
Cos'è l'Egitto? L'Egitto è il luogo dove l'ebreo è schiavo e lontano dalla sua patria; schiavo spiritualmente di un mondo tecnologico, di falsi bisogni che riteniamo indispensabili, schiavo di idee della massa in cui viviamo e che spesso sono molto differenti dalle nostre idee. Siamo lontani, quindi, dalla nostra patria chiamata Torah, ogni giorno schiavi di una società a noi estranea che progressivamente tende ad allontanarci dagli usi della vita ebraica.
Ed ecco che nei giorni di Pesach, chiuso nella mia stanza, lontano dal mondo non ebraico in cui vivo, con i miei libri, le mie tradizioni, i miei pensieri prettamente ebraici, mi sento realmente — almeno per pochi giorni — fuori dall'Egitto in cui vivo.
E ogni anno mi rendo conto che solo in quei giorni ne esco fuori; e ogni anno è un nuovo Pesach, un nuovo passaggio.
Claudio Salmon