Ti sia caro l'onore del tuo discepolo quanto il tuo proprio.
Quando Amalec attaccò Israele, Mosè disse a Giosuè: — Scegli per noi degli uomini ed esci in guerra contro Amalec; domani mi metterò sulla sommità della collina e terrò in mano lo scettro del Signore. — (Shemoth Esodo 17,9)
Giosuè eseguì il comando di Mosè andando in battaglia contro Amalec e, fintantoché Mosè teneva alzate le mani, il popolo vinceva; quando le abbassava, venivano sconfitti. Alla fine il popolo ebbe la meglio grazie all'opera di Aron e Chur che sostennero le braccia affaticate di Mosè fino a battaglia conclusa. Quest'ultimo, alla fine della battaglia, fabbricò un altare al Signore che chiamò D-o è la mia bandiera. E disse: — Il Signore pone la mano sul suo trono, andiamo per lui in guerra contro Amalec di generazione in generazione. — (Shemoth Esodo 17,16)
Cosa hanno in comune la massima iniziale e la storia qui narrata, chiederanno i miei affezionati lettori... Ebbene, può sembrare curioso dirvi che quel bell'aforisma, secondo i nostri maestri, ha radici proprio in una parola presente nel testo toraico (in ebraico chiamo Torah il Pentateuco). Mosè dice a Giosuè, che la storia ci presenta come un suo discepolo, Scegli per noi degli uomini... innalzando la scelta di Giosuè alla medesima importanza delle proprie, ovvero accordando al discepolo rilevanza uguale a quella del maestro. Il Talmud, riprendendo questo discorso, afferma che ogni uomo è geloso della maestria dell'altro, tranne nel caso del padre verso il proprio figlio e del maestro nei confronti del proprio allievo.
I commentatori, dopo aver notato che qui si impara solo il rispetto dovuto dal maestro all'allievo e non l'onore che l'allievo deve portare al proprio maestro, si chiedono perché, tra tante espressioni che avrebbero potuto tramandarci questo precetto, la tradizione ha associato proprio la storia di Amalec alla necessità del rispetto sopracitato?
Nel Berith Ben Ha-Betarim (Bereshit Genesi 15, 13-16) è scritto: — Il Signore disse ad Abramo: sappi che i tuoi discendenti dimoreranno, stranieri, in un paese non loro, che li asserviranno e li opprimeranno per quattrocento anni. Ma io punirò anche la nazione che li avrà tenuti schiavi e poi usciranno con grandi ricchezze. Tu te ne andrai in pace ai tuoi padri, sarai seppellito con grandi onori. La quarta generazione tornerà qui, l'iniquità degli emorei fino ad allora non avrà raggiunto il massimo. —
Rabbì Avram Bendaud, nel suo commento alla Mishnah, fa notare che l'annuncio dell'esilio sia legato a un ben definito numero di anni mentre l'illustrazione della Gheullah, il ritorno, o, secondo altri, l'era messianica, sia in rapporto con le generazioni che si susseguono: il testo impone 400 anni per l'esilio e la continuità di 4 generazioni per la redenzione.
Cosa intendiamo con continuità di 4 generazioni?
In Shemoth Esodo 17,16 abbiamo letto la promessa ebraica di fare guerra ad Amalec midor dor, di generazione in generazione; la promessa impone a ogni appartenente al popolo d'Israele non solo l'obbligo di combattere per cancellare Amalec, il male, dal mondo, così da avvicinare la Gheullah, ma soprattutto il dovere di trasmettere questo arduo compito alla generazione successiva, fino ad arrivare ad avere una successione di generazioni impegnate nella battaglia, sconfiggendo così definitivamente l'eterno nemico. Riassumendo possiamo affermare che il segreto per accelerare l'arrivo della Gheullah è la successione delle generazioni che combattono per sconfiggere Amalec.
Una definizione importante rimane adesso quella di generazione: non basta, con molta probabilità, intendere semplicemente il passaggio tra padre e figlio come il superamento di una generazione, altrimenti già da tempo saremmo arrivati al compimento della quarta generazione, ma dobbiamo prendere in considerazione un altro rapporto di trasmissione: il binomio maestro-allievo.
Basandosi su un versetto di Giobbe (39,30), c'è chi sostiene che Amalec vive nelle intercapedini tra le generazioni e trova spazio vitale nella divisione tra predecessori e successori. Tutto ciò può convincerci che la guerra per il suo annientamento è destinata al successo solo fino a quando è costante con il susseguirsi delle discendenze e questo succedersi è regolato dal rapporto maestro-allievo, come dimostra l'esistenza della massima iniziale.
— La insegnerai ai tuoi figli — è una frase che tutti i giorni diciamo nella nostra Tefillah, la preghiera quotidiana, consci della spiegazione che definisce come figli non solo quelli nati dal rapporto fisico tra i due genitori ma soprattutto gli alunni di ogni maestro, quasi servisse una ulteriore conferma alla tesi che lega il rapporto generazionale al binomio studente-insegnante. La Gheullah e la sconfitta di Amalec hanno bisogno del rapporto biologico padre-figlio quanto di quello toraico maestro-allievo; a Purim abbiamo sconfitto Aman, discendente di Amalec, qual è il rapporto toraico, chi il maestro e chi l'allievo, che ha permesso il coinvolgimento generazionale che è alla base di questo momento di trionfo?
Purim Sameach
Joram Marino
Questo articolo è tratto dalle opere di Rav Utner, oggetto delle lezioni tenute da Rav Benedetto Carucci Viterbi all'ultima classe del corso medio del Collegio Rabbinico di Roma