Shavuoth è la festa dell'idea, della rivelazione, ed è anche la festa delle prime frutta della terra: di ciò che Dio ha dato per la vita dello spirito e di quello che ha dato per la vita del corpo. Sono i due significati della festa, quello agricolo-naturale e quello nazionale-spirituale-umano, che dovrebbero innalzarla al più grande onore e rispetto d'Israele e degli uomini. Non c'è in questa, come in tutte le altre solennità ebraiche, nulla che le impedisca di essere universale e di parlare agli uomini in un linguaggio comprensibile per tutti: in quello che dev'essere, sotto tutti i climi e i tempi, il linguaggio della rivelazione.

Tutti gli uomini vivono della terra e godono quando essa si ridesta e produce per offrir loro il pane, di cui tutti abbiamo bisogno; il pane che è l'oggetto essenziale delle nostre fatiche, delle nostre lotte e sofferenze. Shavuoth santifica questo pane e questa fecondità meravigliosa della terra, con un atto di gratitudine a Dio, con un atto di pietà verso gli uomini senza pane, senza terra, lontani dal possesso e dalla patria.

È espressione festiva e solenne in cui si concreta quell'idea centrale della perfetta società ebraica e umana per cui la proprietà delle cose che esistono nel mondo è di Dio il quale provvisoriamente ce la concede e del quale, sulla terra che è Sua, noi siamo gli affittuari, gli avventizi, i forestieri; per cui dobbiamo da una parte render grazie a Lui e offrirgli, come al vero padrone e signore, le primizie del lavoro, le primizie del suolo ch'Egli ha voluto affidarci, e dall'altra parte dobbiamo ammettere al godimento dei prodotti della terra quegli altri, forestieri come noi, ma che non hanno una zolla da cui trarre il pane, né un lembo di terra familiare su cui vivere.

L'agricoltore ebreo, e l'antica società ebraica era tutta agricola, è invitato dalla Torah (Lev. 23: 15-22) a portare nel giorno della festa delle primizie, dalla sua sede al centro della sua idea e della sua vita, le nuove frutta e ad abbandonare al povero e al forestiero un angolo del suo campo, una parte della sua messe. L'uno e l'altro sono un sacrificio, cioè sono un'offerta all'idea: — Gioirai dinanzi al Signore Dio tuo, tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo servo, la tua serva, il levita che è nelle tue porte, il forestiero, l'orfano, la vedova che son fra te — (Deut. 16: 11).

Non l'egoistica letizia di cui gode, chiuso nella sua casa, nella sua città, fra i suoi più vicini, il frutto della benedizione di Dio, i doni della grazia di Dio, ma la letizia che si effonde su tutti, che abbraccia il lontano e il vicino, quelli che hanno e quelli che non hanno, come se tutte le distinzioni scomparissero e l'umanità si unificasse sotto le ali della divina benevolenza, nella gioia e nella gratitudine. I nostri antichi maestri hanno interpretato con un sentimentalismo romantico, che noi abbiamo spesso il torto di non apprezzare e di non approfondire, questo che è l'augurio e l'imperativo della festa di Shavuoth: "Gioirai dinanzi al Signore Dio tuo", questo che è il carattere e la definizione della letizia ebraica, della festa d'Israele.

La più piccola famiglia coi figli e coi servi, che è la cosa nostra, il nucleo centrale della nostra vita quotidiana, più vicino a noi per ragioni di sentimento, di affetto, d'interessi, di lavoro, e la famiglia umana, sociale, nazionale, più grande, che è la cosa di Dio, perché è formata di esseri umili, senza possesso, senza beni, senza gioie, viventi in povertà, in rinunzia, in dolore — il levita, il forestiero, l'orfano, la vedova — tutte e due le famiglie debbono gioire, se la festa ha da essere vera, degna, completa.

— Questi quattro che son miei: il levita, il forestiero, l'orfano, la vedova; son messi accanto ai quattro che son tuoi: tuo figlio, tua figlia, il tuo servo, la tua serva; se tu dai un po' di gioia a cotesti che son miei, io renderò lieti i tuoi. — È una di quelle meravigliose, delicate interpretazioni, anzi direi penetrazioni, di cui son così ricchi i rabbini quando esercitano la loro geniale sensibilità ebraica sulla parola della Bibbia.

Altri popoli, tutti i popoli, celebrarono un giorno più che non facciano oggi, queste che son le stagioni dell'anno, le tappe solenni e liete della fecondità rurale; ma il loro fu un senso pagano della natura, una materialistica, incomposta, bestiale esplosione di godimento; non una ragione di solidarietà umana, di elevamento e di purificazione dello spirito, non una festa del dovere morale, non una lezione di bontà, un'immersione nell'Uno, attraverso gli uomini e l'universo.

Il senso della grandezza, dell'armonia, della ricchezza del creato si trasforma o si placa o si esprime presso gli ebrei non soltanto nella poesia e nella musica, ma anche in un bisogno di ricongiungimenti e di armonie umane e sovrumane, in una diffusione e in un dono di se stessi e delle proprie cose.

Questo senso che il Pentateuco educò negli ebrei, che i profeti approfondirono, che i rabbini — se si può dir così — affinarono con un poetico sentimentalismo, non è più vivo in noi come dovrebb'essere; queste feste, che nell'esilio lungo e amaro hanno perduta qualcuna delle loro note e si sono quasi raccolte, lungi dai campi, nelle chiuse case degli uomini, erano invece fatte per rendere più intenso in noi questo dovere morale, sociale ed etico, questo senso dell'umanità e del creato.

Se noi ne sentissimo il significato, esse dovrebbero pure ridestare in noi quel desiderio della vita nei campi che il ghetto e il mancato contatto con la terra hanno represso e addormentato. Si dice sempre, tutti i giorni, che gli ebrei hanno una tendenza ereditaria al commercio, che sono una gente per natura e per istoria dedita al traffico. Si dimenticano non solo le ragioni restrittive che li hanno ridotti a questa loro funzione sociale, ma anche la opposta tendenza del loro pensiero e della loro vita, e i segni rimasti eternamente nella loro idea, d'un amore e d'una esaltazione non comune per la vita e per la fatica dei campi, e la nostalgia che nell'esilio hanno alimentato e conservato nel cuore dell'ebreo le tre feste agricole dell'anno. Questa nostalgia, che oggi si è attivamente ridestata nelle folle ebraiche, rinnova e vivifica il contenuto di questa e delle altre due solennità che i secoli del ghetto avevano mutilato o diminuito: e queste feste, che la nostra rinascita ha contribuito a farci meglio comprendere, sono a loro volta fattore importante di ispirazione e di rinnovamento della nostra esistenza collettiva, della nostra vita individuale, della nostra concezione del mondo e della società.

Shavuoth celebra un'altra primizia: quella della Torah, che è la creazione morale. — Non di solo pane vive l'uomo, ma di tutto ciò che è espressione della parola di Dio — (Deut. 8: 3). È un altro deposito, oltre quello della terra, che il Signore ha dato non solo a Israele, ma a tutti gli uomini; patrimonio morale e spirituale affidato prima agli ebrei perché lo conservassero, lo attuassero, lo diffondessero.

Sono le dieci parole scese nel deserto, dall'alto; quintessenza dell'idea e della morale a cui — per quanto con grande fatica — gli uomini devono avvicinarsi per riconoscerne la incancellabile verità. Dinanzi al decadere e al trasformarsi delle leggi, degli indirizzi culturali, delle concezioni morali, dei principi filosofici, le dieci parole rimangono immutate e irraggiungibili nella loro granitica perfezione. Non sono lo statuto d'un popolo: sono la legge costituzionale dell'umanità; e Shavuoth è la festa che nei millenni celebra le tavole della morale universale. Nessuna altra legge verrà a sostituire quelle dieci parole, che sono il seme e l'albero di ogni dovere, poiché tutti i rapporti fra gli uomini vi troveranno sempre il loro criterio e la loro norma: — Non dite che un altro Mosè verrà a portarvi un'altra Torah dal cielo; poiché lo vi dico: essa non è nel cielo. Nessuna parte n'è rimasta nel cielo. —

Questa, che è certo un'eco di drammatiche lotte e polemiche, d'un duello ideologico non ancora terminato, che si perpetua da due millenni, segna la via d'Israele. Si tratta non solo di celebrare ogni anno la festa della rivelazione, il Mattan Torah, la promulgazione dell'insegnamento, come l'anniversario di un fatto storico o d'una tradizione antica, ma di riconsacrarne colla conoscenza e colla fedeltà il contenuto e lo spirito, di mostrare effettivamente agli uomini che di fronte alle trasformazioni, ai cataclismi ideali che le società subiscono via via nei secoli, c'è un popolo intelligente e saggio (Deut. 4: 6) che vive nella pace e nell'integrità della sua concezione divina. Ma questa dottrina di vita dev'essere conosciuta.

La generazione passata, quella dell'emancipazione, creò, come simbolo del suo periodo confessionale, i grandi templi. Noi abbiamo creato le società di cultura, i convegni di studio, gli istituti che dovrebbero essere il segno della nostra volontà di conoscenza, il simbolo di questo momento di rinascita dei valori storici e ideali d'Israele. È una buona strada o almeno è il simbolo di un desiderio di riavvicinamento alle fonti della dottrina ebraica. Ma ora è necessario tornare veramente alle fonti. Noi dobbiamo immaginarci di essere anche noi la generazione del deserto, il popolo raccolto alle falde del Sinai per udire dalla voce del maestro, Mosè, la parola dell'Eterno: — Ma bada e abbiti sommo riguardo di non dimenticare le cose che i tuoi occhi videro e di fare che non si allontanino dal tuo cuore in nessun momento della tua vita: falle conoscere ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli — (Deut. 4: 9). Non bastano le escursioni immature e approssimative sulla superficie della storia, della vita, dell'idea ebraica; o le discussioni, le conferenze, gli scambi di idee e d'opinioni improvvisati.

Bisogna affrontare la montagna, per conquistarla a poco a poco, con quella dolce fatica dell'alpinista che vuol raggiungerà la cima e godere dall'alto l'ampia distesa del cielo e della terra; bisogna voler penetrare fino alle radici dell'albero. L'ebraismo ha posto sotto gli occhi del popolo il libro perché lo studiasse giorno e notte (Gios. 1: 8; Sal. 1: 2); fino dai più remoti tempi esso è stato letto nelle pubbliche assemblee, agli ebrei e a quegli altri che la sinagoga attrasse sotto le ali della divinità: — Perché, quanto a Mosè, egli ha da tempo immemorabile chi lo predica in ogni città, giacché è letto tutti i sabati nelle sinagoghe — dicono gli Atti degli Apostoli (15: 21).

Dinanzi a questo miracoloso fenomeno dell'effondersi della parola del Sinai sulle genti più varie, dinanzi a questa capacità della rivelazione di parlare a tutti i popoli della terra, di conquistare gli uomini da un polo all'altro, come si può giustificare l'indifferenza, la negligenza, l'ignoranza che i nostri ebrei dimostrano verso la lingua e il contenuto della Torah? — Quando il Signore benedetto si rivelò per dare la Torah a Israele, dissero i maestri della tradizione, non si rivelò in una lingua sola, ma in quattro lingue: in ebraico, in latino, in arabo, in siriaco; oppure: la voce di Dio si convertiva in sette voci e da queste in settanta lingue, perché tutti i popoli capissero. — Cioè la Torah è destinata a diventare il patrimonio ideale, spirituale dell'umanità, come la storia dimostra.

Ma chi deve capirla e attuarla prima di tutti è Israele, che ne possiede la lingua, la tradizione, lo spirito, l'esperienza, il martirio, la difesa; che ne è il depositario e ne dev'essere il maestro. Non s'insegna però agli altri, senza averne prima conoscenza intera, profonda, diretta, noi: — E Tu, che ti chiami giudeo, che ti riposi sulla legge, che ti glori del tuo Dio, che conosci la Sua volontà e sai discernere la differenza delle cose, istruito come tu sei dalla legge, tu che ti credi d'esser la guida dei ciechi, la luce di quelli che son nelle tenebre, l'educatore degli ignoranti, il maestro dei fanciulli, perché hai nella legge la formula della conoscenza e della verità, come mai dunque, tu che insegni agli altri, non insegni a te stesso? — (Epistola ai Romani, 2: 17-21).

Il rimprovero — per quanto venga da lontano e da tempi di grandi lotte e travagli e di polemiche sovvertitrici — ha un suono attuale e pare rivolto alle moderne generazioni di ebrei che, pur avendo la coscienza del loro patrimonio e l'orgoglio della loro tradizione, non sanno fare lo sforzo di adeguarsi al loro dovere, di imparare veramente quello che vogliono insegnare agli altri; di essere prima discepoli e poi maestri; di compiere, per quella che è la formula della conoscenza e della verità, lo stesso sacrificio di tempo, di fatica, di amore, di volontà, che compiono per tante altre cose dilettevoli o utili, vane o importanti, e per tante altre dottrine umane e passeggere. Solo per questo studio le vie dovrebbero esser facili e seminate di fiori?

Mosè si ritirò per quaranta giorni nella solitudine fosca del monte, lungi dal mondo e dagli uomini, nella rinunzia assoluta ai desideri e ai bisogni del corpo, per conoscere la verità: — Io stetti sul monte quaranta giorni e quaranta notti; pane non mangiai, acqua non bevvi... e al termine di quaranta giorni e di quaranta notti, l'Eterno mi dette le due tavole di pietra, le tavole dell'alleanza — (Deut. 9: 9-11). Non è facile essere ebreo, anzi è duro: né la stagione che si dedica alla Torah è un passatempo primaverile o estivo, presso alle montagne o al mare, in dilettevole compagnia; è un sacrificio, una rinunzia, una ascesa ardua e lunga, come quella di Mosè, come quella di tutte le generazioni ebraiche che si macerarono per lei. Ma non è neppure una fatica sovrumana.

Il Sinai non è inaccessibile; per quanto avvolto nelle nubi e nel fuoco, ed echeggiante di tuoni, non è la montagna misteriosa delle mitologie. La Torah è già scesa dall'alto, nelle terre abitate dagli uomini. Basta che noi le facciamo una sede, un asilo, una casa in mezzo ai luoghi del nostro lavoro, dei nostri divertimenti, dei nostri studi, per ritrovarla; basta che noi la cerchiamo, interrogando noi stessi e le nostre virtù e capacità per conquistarla. Poiché: — Essa non è inaccessibile né lontana; non è nel cielo perché tu debba dire: chi salirà per noi in cielo per prendercela, e ce la ridirà, in modo che possiamo adempierla? Né è di là dai mari, perché tu debba dire: chi valicherà per noi l'oceano per prendercela e ce la ridirà in modo che la possiamo eseguire? Ma è una cosa vicinissima a te: è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu possa adempierla — (Deut. 30: 11-13).

Come la terra che Dio ha concesso agli uomini perché ne traggano il pane, anche la rivelazione vuol essere coltivata perché ci dia i suoi frutti; anche essa è un suolo fecondo che non ha bisogno di rugiada né di pioggia, ma solo dell'amore e della cura dell'uomo, di quell'esercizio dilettevole dello spirito che vi ricerca il suo alimento. Israele ha per tanti secoli celebrato, con questa festa, la sua gratitudine a Dio per le primizie della terra e per le primizie dell'idea: gli uomini sono riusciti a tenerlo lontano dai campi, ma non son riusciti a strappar dalle sue mani e dal suo cuore la legge.

Oggi egli ritorna faticosamente al lavoro della terra. Chi è ancora lontano ritorni a coltivare, con altrettanta passione, i solchi della sua civiltà e del suo pensiero, per offrirne a Dio e agli uomini le primizie raccolte insieme coi fratelli sparsi sotto il cielo e col resto dell'umanità che ha cominciato a ritrovare nella legge la norma della vita. Come il contadino lavora ogni giorno, d'estate e d'inverno, il suo campo, così Israele deve coltivare ogni giorno, sotto qualunque clima, la sua Torah che è il suo campo.

Se non fosse così, potrebbe ancora il popolo ebraico celebrare, con serietà e sincerità, questa festa della rivelazione e dichiarare dinanzi al mondo di essere il depositario della parola di Dio? La gloria è grande, il merito è grande: è necessario meritarseli. Riprendiamo il libro e riapriamolo, come se fosse sceso oggi dal cielo, e non fossero passati, tempo quasi incommensurabile, più di tremila anni dal giorno del Sinai.

Israele è vecchio, ma è tanto giovane ancora e deve aver fiducia nella sua idea. Il suo studio, la sua lotta, la sua fatica debbono durare fino a quel giorno in cui gli uomini avranno un solo diritto e una sola Torah: quella del Sinai coi suoi dieci comandamenti e col suo unico Dio.