A differenza delle tre feste del pellegrinaggio che hanno un chiaro significato collegato con la storia del popolo ebraico e la natura della terra d'Israele, Rosh Ha Shanà e Kippur sono feste universali, nel senso che riguardano aspetti culturali o spirituali della vita dell'uomo. Vediamo di cogliere almeno uno dei significati universali di Kippur che fanno sì che questo nome, entrato prepotentemente nella cronaca di tutti i giorni con la guerra di Yom Kippur, possa significare qualcosa di più che non un semplice richiamo alla cronaca o a un aspetto esclusivo della cultura ebraica.
Secondo la tradizione ebraica, i quaranta giorni che precedono il giorno di Kippur, alla fine del periodo estivo e prima di inoltrarsi nell'autunno, sono il momento migliore per concentrarsi e per chiedere perdono (Selichà) per le colpe commesse dall'individuo e dalla collettività.
È noto che la preghiera e, in particolare, le Selichòt (quei componimenti poetici di richiesta di perdono che si recitano in questi giorni) anziché soffermarsi sulle colpe individuali, rievocano frequentemente alcune delle colpe commesse dal popolo ebraico nella sua storia, come a esempio la vendita di Giuseppe, l'adorazione del vitello d'oro e l'episodio dei dodici esploratori.
Nell'episodio della vendita di Giuseppe, l'odio tra fratelli fu la causa prima che portò Israele alla schiavitù in Egitto; farsi un idolo per servirlo è l'atto più alienante e disumanizzante che l'uomo possa compiere (parafrasando le parole di Hillel, si potrebbe dire: — Non ti fare alcun idolo, il resto va' e studia —): è l'atteggiamento antidolatra che porta l'uomo a vivere, libero da condizionamenti, dentro la legge; nell'episodio degli esploratori, inviati da Mosè a verificare l'attuabilità del progetto della conquista della terra promessa, la mancata fiducia nel futuro da parte popolo d'Israele costituisce una delle colpe più gravi commesse da Israele, in quanto significa rinuncia al senso più profondo della propria esistenza.
L'intenzione dei compositori delle Selichòt è anche quella di trasmetterci qualcosa di più che riguarda l'uomo in quanto tale e non solo l'ebreo: quando riesamina la propria storia, ogni popolo ricorda con orgoglio i momenti di grandezza e di splendore, fatto questo che non ci meraviglia. L'Italia va giustamente fiera del Rinascimento e di ciò che esso ha significato nella storia dell'uomo; la Germania va giustamente orgogliosa, a esempio, dei grandi compositori, scrittori, filosofi come Bach, Beethoven, Goethe, Kant ecc.; così pure la Chiesa del pensiero e dell'opera di Francesco d'Assisi ecc.
Anche Israele è fiero di quanto ha dato all'umanità; ma Israele usa lo stesso metro anche nel ricordare, accanto ai meriti, ai momenti di grandezza, anche i momenti negativi della propria storia. Israele chiede agli altri popoli di applicare alla propria storia lo stesso rigore da lui usato nell'analisi della propria.
Quando Israele chiede, a esempio, che i popoli d'Europa ricordino il male fatto al popolo ebraico, non chiede niente di più di quanto già Israele stesso non faccia da sempre per quanto di male ha fatto nella propria storia. La Shoah è l'ultimo atto di una lunga storia di persecuzioni e vessazioni ed è parte integrante della storia d'Europa: l'Europa cristiana non ha ancora fatto pienamente il suo Kippur, un Kippur che non sia un atto unico della propria storia culturale, ma che ne diventi un motivo costante. La forza di Yom Kippur sta nel suo ritorno periodico, perché solo ricordando ogni anno le colpe commesse si può veramente fare Teshuvà (ritorno, pentimento).
Nella preghiera di Yom Kippur, noi ricordiamo più volte le colpe della casa d'Israele (avonoth beth Israel): ma, mentre per quanto concerne la punizione ognuno pagherà per la sua colpa, i figli non moriranno per le colpe dei padri e i padri per le colpe dei figli e le colpe dei padri verranno ricordate per i figli solo quando i figli continueranno a comportarsi come i padri; diversa è la sensazione di vergogna che si deve provare, il senso di umiliazione che si deve sentire, la confessione che si deve fare e la richiesta di perdono che si deve ripetere, senza timore di stancarsi. A noi ebrei è proibito dimenticare le sofferenze di Giuseppe, così come il vitello d'oro e i dodici esploratori: ricordare per non ricadere negli stessi errori. Ogni ebreo ha la forza, mediante il proprio atto di Teshuvà, di rigenerarsi e di dare nuova linfa alla storia ebraica, ponendosi all'interno e non all'esterno della propria storia.
Partendo da questa riflessione sul senso e sul ruolo universale di Yom Kippur, arriviamo a capire il significato di quanto affermiamo nel Viddui (la confessione): — Abbiamo peccato più di ogni altro popolo; e abbiamo ragione di arrossire più di ogni altra nazione. —
Com'è possibile che Israele abbia commesso più colpe di altre nazioni? Cosa si nasconde dietro queste affermazioni iperboliche ed esagerate?
Nel medioevo agli ebrei non veniva lasciata dal mondo cristiano alcuna possibilità: se non si convertivano erano destinati a vivere in costante pericolo, e talvolta non avevano altra scelta se non quella di morire per la santificazione del nome, e questo perché non volevano rinunciare alla propria dignità, identità. Il prezzo da pagare era alto — talvolta la vita stessa — ma gli ebrei sono stati pronti a pagare quel prezzo.
Con l'emancipazione, nell'età che segue la rivoluzione francese, agli ebrei veniva certamente concessa la libertà, ma anche in questo caso c'era un prezzo da pagare: essere ebrei in casa, rinunciando a manifestare pubblicamente la propria ebraicità; provare un senso di inferiorità nei confronti della cultura del paese che li ospitava, perché più moderna ecc.
Spesso ciò che è chiaramente ebraico ha bisogno di essere giustificato: quanti di noi sono preoccupati e impegnati nel dare ai propri figli un'educazione generale, un'educazione sportiva ecc., e non si curano, se non in minima parte, di far sì che l'educazione ebraica abbia un trattamento almeno di pari dignità a quello dell'educazione generale? Quante volte, nel timore di essere accusati di ostentazione, ci asteniamo dal fare questa o quella Mitzvah che dimostrerebbe troppo chiaramente il nostro ebraismo?
Qual è allora il significato dell'espressione abbiamo peccato più di ogni altro popolo? Ogni popolo ha una sua specificità e una sua cultura e sta a coloro che ne fanno parte fare di tutto perché questa cultura non solo continui a esistere, ma soprattutto continui a svilupparsi per dare all'umanità ciò che ha dato in passato: ognuno può essere trascinato da una parte o dall'altra e Yom Kippur può svolgere un'azione importante per impedire che ciò accada senza che sia stata operata una scelta.
Il giorno di Kippur venivano scelti due capri — identici in tutto e per tutto — e veniva estratto a sorte quello che doveva portare nel deserto le colpe d'Israele, mentre l'altro veniva sacrificato al Signore. Tra le molte stranezze di questo rito, il fatto che i due capri dovessero essere identici esige una spiegazione.
Ogni uomo, ogni ebreo, ogni popolo e anche Israel può essere portato verso il deserto o verso il Signore: nessuno si deve sentire abbastanza sicuro e protetto per poter fare a meno del Kippur e dire: — Io non cadrò nell'errore compiuto dal mio compagno — oppure da questo o quel popolo. A priori abbiamo le identiche possibilità di andare da una parte o dall'altra: molte sono le circostanze che possono condurci da una parte o dall'altra e ognuno deve stare attento a operare una scelta della quale poi potrebbe davvero pentirsi.