Gli Ebrei hanno cominciato a stabilirsi in Italia nel II Secolo Ante Era Volgare, ma non è noto con precisione quando si siano stabiliti a Verona.
La prima notizia certa risale al 965, quando il Vescovo Raterio fece cacciare gli Ebrei dalla città, forse dopo una disputa teologica tra Ebrei e Cristiani.
Dopo un tempo imprecisato però, gli Ebrei tornarono a Verona; nel 1146-1147 si trattenne a Verona il commentatore Abraham Ibn Ezra, e verso la fine del secolo visse a Verona Eleazar Ben Samuel.
Tutto ciò fa pensare che la Comunità ebraica locale fosse fiorente, ma si consiglia comunque di fare attenzione quando si leggono le carte veronesi dell'epoca: tra il 1169 e il 1215 vengono lì citati degli judaei, ma non è detto che si trattasse di Ebrei veri e propri. Ebrei accertati erano invece i fratelli Elia e Samuel, ricordati in compravendite di terreni del 1204-1205.
All'inizio del Trecento la Comunità ebraica venne onorata da Hillel Ben Samuel, amico di Isaac Ben Mordechai (detto "Mastro Gaio", archiatra di Niccolò IV e Bonifacio VIII) e, soprattutto, da Immanuel di Salomon da Roma, noto anche come Immanuello Romano o Manoello Giudeo, intellettuale e poeta che fu tra i favoriti di Cangrande della Scala, e tuttora tra i più noti della sua generazione.
Se già gli Ebrei Veronesi non godevano di favori rispetto agli altri Ebrei che vivevano nei paesi cristiani, nel 1408 la loro condizione cominciò a peggiorare, in quanto furono obbligati a occuparsi solo del prestito su pegno e nel 1422 fu loro imposto il segno distintivo.
I due precetti furono spesso elusi, e perciò riaffermati nel 1443 da un decreto che oltretutto rendeva il segno molto più vistoso (una stella gialla anziché un cerchio); nel 1480 il segno ridivenne il cerchio. Non dovrebbe essere necessario ripetere che il comportamento dei feneratori (banchieri) ebrei era irreprensibile, in quanto la loro attività era minuziosamente regolata (anche nei tassi d'interesse) dalle condotte con le quali le autorità locali consentivano a un banchiere l'esercizio del credito.
Ciononostante, i Francescani si fecero un punto d'onore di sostituirli con i Monti di Pietà, e quello di Verona fu istituito nel 1490; nel 1499 gli Ebrei furono quindi espulsi da Verona, cominciando così un secolo di tensioni tra gli Ebrei e le autorità locali, civili ed ecclesiastiche, a malapena tenute a freno dalla Serenissima.
La Guerra di Cambrai espose molti Ebrei della Serenissima al saccheggio, e quelli di Verona non fecero eccezione; per giunta, nel 1508 gli Imperiali che avevano occupato la città li espulsero. Essi sarebbero rientrati in città solo nel 1516, dopo aver versato nelle casse della Serenissima diecimila ducati.
Ciononostante, nel 1526 il Consiglio civico veronese chiese l'autorizzazione a chiudere i banchi ebraici; la Serenissima riuscì a procrastinare la decisione fino al 1548, quando agli Ebrei veronesi venne proibito il prestito su pegno.
La disposizione venne aggravata nel 1578, quando agli Ebrei veronesi fu proibito l'accettare pegni da portare al Monte di Pietà. Questo significò che la Comunità ebraica doveva ora sopravvivere con i soli proventi della strazzeria (raccolta e vendita di stracci) e delle poche professioni liberali consentite agli Ebrei (tra cui la medicina).
Non si trattò delle uniche angherie a cui venivano sottoposti gli Ebrei: essi in tutta Europa furono soggetti a tasse speciali, del cui pagamento era responsabile la comunità in solido, e spesso vennero assoggettati a prestiti forzosi (per esempio, per finanziare una guerra) e corvées straordinarie; per esempio, a Verona erano loro a dover fornire mobili e altri arredi per accogliere le personalità di passaggio.
Al segno distintivo (Siman in Ebraico, da cui l'Italiano sciamannatezza per indicare il modo in cui si porta un abito che non si ama) si aggiungeva il timore di alimentare le dicerie sulle ricchezze accumulate dagli Ebrei (dicerie smentite da tutte le inchieste economiche, anche quelle dei giorni nostri), e ciò aveva indotto le comunità ebraiche a imporre uno stretto codice suntuario.
A Verona in particolare, nel 1543 era stato imposto alle donne di non indossare vestiti di raso o damasco. La multa per le trasgressioni era di cinquanta scudi, di cui un terzo era la taglia per il delatore. I ghetti erano stati previsti dalla bolla papale Cum nimis absurdum del 1505, ma la loro introduzione nelle città italiane ed europee fu piuttosto lenta; a Verona il Ghetto era stato pianificato nel 1579, ma solo nel 1593 il Vescovo Valier riuscì a convincere le autorità locali a mettere gli Ebrei sotto custodia.
In un primo tempo essi vennero raccolti in Vicolo Crocioni, e dal 1600 nella contrada detta Sotto i Tetti. La Comunità non aveva opposto particolare resistenza, ma non aveva neanche sciupato il suo tempo: si era data un minuzioso regolamento di polizia e igiene urbana, aveva nominato tre conservatori, cominciato a costruire una nuova sinagoga (di cui alcuni elementi fanno tuttora parte di quella attuale), e aumentato perfino i poteri del suo tribunale rabbinico per garantire l'ordine pubblico interno.
Ciononostante, la spartizione degli edifici all'interno del ghetto tra le famiglie ebraiche veronesi era stata causa di tanto gravi dissidi tra il 1598 e il 1600, che a partire dal 1620, anno dell'inaugurazione della sinagoga, l'anniversario della stessa fu inteso anche come festa dell'ingresso nel ghetto, che a quei dissidi (e a molte occasioni di contrasto con i Gentili) aveva posto fine.
L'attività normativa della Comunità non terminò nel 1600: dopo l'ingresso nel ghetto venne costituita una ronda notturna armata, e si ottenne un qualche controllo sulle guardie cristiane che sorvegliavano le tre porte (ai due estremi di Via Portici, all'incrocio con Via Mazzini e Via Pellicciai; la terza porta era forse dove si trova ora Corte Spagnola).
I contrasti con i Gentili diminuirono, ma non tanto da impedire che nel 1603 venisse celebrato a Verona un processo per omicidio rituale.
La comunità di Verona è tuttora di rito ashkenazita, ma nel 1638 immigrò nel ghetto una comunità sefardita, che probabilmente si stabilì nell'attuale Corte Spagnola, e sopravvisse fino all'inizio del XX secolo, anche perché nel 1655 si aggiunsero a loro dei marrani, che fecero salire la popolazione ebraica veronese a circa 900 persone.
La comunità ebraica veronese si mostrò abbastanza ordinata e sollecita: le tasse interne ed esterne venivano pagate col sistema della cassella (ovvero, ogni capofamiglia consegnava in busta chiusa una dichiarazione del proprio patrimonio e l'impegno tributario che intendeva assumersi; la comunità si riservava ovviamente di ritoccare le dichiarazioni troppo prudenti), mentre altre comunità più povere o meno ordinate dovevano usare sistemi più rudi.
Esisteva un hesger (scuola talmudica) che nel 1714 era divisa in tre classi: la prima per i bimbi dai sei ai dieci anni, la seconda per quelli di oltre dieci anni, la terza per gli adulti di tutte le età. La licenza si otteneva dopo i sedici anni, e nel programma di studi prevalevano Bibbia, Talmud e Commentatori. Gli studi secolari erano trattati superficialmente, anche se talvolta si assumevano insegnanti gentili per questo.
Le condizioni economiche degli Ebrei veronesi non potevano dirsi eccellenti, dato che nel 1766 la Comunità stimava che ci fossero solo 9 famiglie benestanti, 62 di mediocre condizione, e 106 povere. A queste ultime provvedevano dieci opere pie.
Inoltre il sovraffollamento era deleterio per la salute e la sicurezza: la tubercolosi era endemica nei ghetti, e gli incendi frequenti. Il più distruttivo di Verona accadde nel 1786: durò tre giorni e uccise cinque persone.
Nel 1797 i Francesi occuparono Verona, e aprirono il Ghetto, parificando gli Ebrei agli altri cittadini; nel 1802 un Ebreo veronese, Israele Coen, fu ritenuto degno di candidarsi al Senato del Regno italico. Il Congresso di Vienna peggiorò la condizione degli Ebrei veronesi, in quanto nel Lombardo-Veneto vennero nuovamente discriminati, ma non più obbligati a risiedere nel Ghetto. Ma sempre nel Ghetto si decise di costruire una nuova sinagoga, nello stesso luogo della precedente, e riutilizzando molti dei suoi arredi. I lavori cominciarono nel 1854, ma vennero presto interrotti per mancanza di fondi.
L'Unità d'Italia ha significato per gli Ebrei più che per gli altri Italiani, in quanto essa ha fatto cessare tutte le discriminazioni a cui erano soggetti. Questo momento magico avvenne nel 1866 a Verona. Cominciò allora un periodo d'oro per gli Ebrei veronesi, di cui gli esponenti più noti sono stati Cesare Lombroso, Guglielmo Lebrecht, Israele Achille Forti.
Dopo l'Unità d'Italia gli amministratori pubblici veronesi cominciarono a rivolgere le loro attenzioni all'ex-Ghetto: esso era in una felicissima posizione, a ridosso di Piazza Erbe, ma era assolutamente infrequentabile per motivi igienici e statici. Del resto, solo gli Ebrei più poveri vi erano rimasti.
Già nel 1887 e nel 1899 erano stati pubblicati rapporti sanitari assai sfavorevoli al Ghetto, e verso il 1920 si optò per la distruzione totale. Si sono salvate soltanto alcune case-torri che si affacciano su Piazza Erbe, anche grazie all'intervento del pittore veronese (non ebreo) Angelo Dall'Oca Bianca, che però avrebbe voluto salvare l'intero ghetto.
In compenso, i lavori alla sinagoga erano ripresi, ed essa poté essere inaugurata il 29 settembre 1929 - Rosh HaShanah 5690.
Durante il fascismo e la Seconda Guerra Mondiale la condizione degli Ebrei veronesi fu uguale, nel bene, nel male e nel peggio, a quella degli altri Ebrei italiani; non si può però dimenticare che il congresso costitutivo del Partito Fascista Repubblicano, quello che proclamò gli Ebrei nazionalità nemica, si tenne a Castelvecchio il 17 novembre 1943.
Né si può dimenticare Rita Rosani (vero nome: Rosenthal), un'ebrea triestina morta combattendo contro i Fascisti a Monte Comun, vicino a Negrar, sepolta nel cimitero ebraico di Verona, e commemorata ogni anno.
Attualmente ci sono 95 Ebrei iscritti alla Comunità Ebraica di Verona, un numero lontano non solo dai massimi storici, ma perfino dai 340 censiti dai nazifascisti nel 1942, alla vigilia della Shoah. Ciononostante, la comunità è abbastanza attiva e presente nella realtà culturale veronese.
FONTI:
Attilio Milano, Storia degli Ebrei d'Italia, Einaudi 1963.
Istituto Veronese per la Storia della Resistenza, Ebrei a Verona - presenza ed esclusione, Cierre Edizioni 1994.